“Per un immigrato – ha detto Jean-Léonard Touadi durante un dibattito sull’immigrazione – i documenti sono questione di vita o di morte”. Parole simili a quelle che deve aver pensato anche Sarang quando, dopo aver messo in salvo la moglie e la figlia neonata, si è accorto di non avere con se i documenti. Non ci ha pensato due volte – ci hanno raccontato i suoi amici. E’ tornato in quell’inferno d’acqua per salvare - una seconda volta - la sua vita e quella dei suoi cari (perché senza il permesso di soggiorno puoi avere salva la vita ma non la tua esistenza). Il muro del seminterrato dove abitava però, non si è dimostrato solido ed impenetrabile come quello dell’indifferenza ma, come questa, l’ha sepolto.
Non voglio parlare dell’assurdità di perdere la vita in questo modo nel 2011 o del fatto che accada in una delle più importanti capitali dell’occidente. E neanche voglio fare disquisizioni sulla barbara cementificazione o sul dissesto idrogeologico del territorio capitolino. Non mi interessa. Non ora.
Adesso voglio solo sentire fino in fondo il sapore amaro di questa morte, tragica metafora della vita degli immigrati in Italia. Perché se rischi di morire per un pezzo di carta - dannazione - vuol dire che la tua esistenza senza quel documento non è vita. Ma c’è di più. Perché il permesso di soggiorno non è un diritto legato ad alcune precise condizioni di legge, ma piuttosto un incrocio fra una concessione divina ed un 6 al superenalotto, uno strumento che pone le fondamenta del diritto all’esistenza civica di uno straniero sull’arbitrio e la discrezione. Perché aumentare i requisiti e i costi per ottenere il permesso - come se per esistere dovessi chiedere l’autorizzazione a qualcuno! - senza dare certezze sui tempi e sui modi significa voler porre migliaia di esistenze nella precarietà, vuol dire voler creare quella ‘clandestinità’ – parola maledetta e barbara marchiata a fuoco ora anche nelle nostre leggi – che si dice di voler combattere. Perché, cari signori, non sono i ‘clandestini’ il problema, ma la ‘clandesinità’ che voi in questo modo alimentate.
Non pretendiamo un diritto buono verso i migranti; né ci aspettiamo - purtroppo - leggi giuste nei loro confronti. Sarebbe già una conquista avere norme razionali, chiare e puntuali, riferimenti certi per le esistenze già complicate dei cittadini stranieri. E invece il diritto dell’immigrazione in Italia è vessatorio. Una serie di norme che sembrano rivolte a punire “chi ce l’ha fatta” piuttosto che a guidare la società verso un’integrazione necessaria, magari difficile, ma inevitabile, nel rispetto reciproco e nell’interesse comune di chi arriva in Italia e di chi è qui da sempre.
Non conoscevo Sarang personalmente, ma di ragazzi come lui ne incontriamo tanti. Persone che si ammazzano di lavoro e poi, la sera, vengono ad imparare l’italiano, per capire e farsi capire, per colmare distanze solo apparenti, riempire di senso le vicinanze. Ragazzi che ti guardano con una riconoscenza imbarazzante per un “a, e, i, o, u” mentre non immaginano che regalo stiano facendo loro a tutti noi, lettera dopo lettera, parola dopo parola, sorriso dopo sorriso, stabilendo l’unico linguaggio che possa consentire di costruire una società moderna e civile.
Non stiamo parlando del migliore dei mondi possibili, forse neanche serve, ma semplicemente di una terra dove Sarang non sarà più costretto a rituffarsi nell’inferno per salvare il proprio diritto alla vita.
Emiliano Boschetto – presidente C.I.A.O. onlus
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