1. MEDITERRANEO, SPONDA SUD: PETROLIO IN MANO AI RIBELLI LIBICI. GHEDDAFI IN DIFFICOLTA’. LA NATO IN COMANDO. ASSAD TENTA LA CARTA DELLA TRATTATIVA IN SIRIA. ALTRE TENSIONI IN YEMEN.
Oggi il comando delle operazioni in Libia passa nelle mani della Nato. Ma intanto i ribelli hanno riconquistato negli ultimi giorni tutti i siti più importanti per il petrolio e il gas della Libia (Es Sider, Ras Lanuf, Brega, Zueitina, Tobruk). I ribelli hanno fatto accordi per esportare petrolio con il Qatar: «In meno di una settimana produrremo dai 100.000 ai 130.000 barili al giorno» ha annunciato un loro portavoce.
Finiti il petrolio e i il gas nelle mani dei ribelli, Gheddafi sta cercando una via di uscita diplomatica. Silvio Berlusconi ha già dichiarato il desiderio di trovare una soluzione diplomatica.
In Siria il presidente Assad sta tentando la strada della mediazione con i ribelli. Ancora non ha fatto nulla, ma ha promesso di abolire le leggi speciali e le dimissioni del governo. Difficile che basti. Molto dipenderà da che cosa accadrà oggi e domani nelle piazze siriane. In Yemen e Bahrein ancora tensioni.
2. LAMPEDUSA: IL GOVERNO GIOCA AL TANTO PEGGIO TANTO MEGLIO. LA LEGA SFRUTTA L’EMERGENZA IN FUNZIONE ELETTORALE. E BERLUSCONI COSTRINGE LOMBARDO (SICILIA) A CHIEDERE…
Lampedusa scoppia. Non solo per gli arrivi dei barconi che si susseguono uno dopo l’altro. La verità è che il governo, come hanno denunciato Livia Turco, Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema alla conferenza nazionale del Partito Democratico sull’immigrazione, ha giocato al tanto peggio tanto meglio: ha evitato di gestire il problema per farlo esplodere sotto i riflettori e le telecamere per sfruttare il tema dell’immigrazione in campagna elettorale e per mettere in difficoltà il governo siciliano, reo di aver lasciato la maggioranza di centrodestra.
In altri momenti drammatici, l’Italia ha dovuto affrontare emergenze altrettanto importanti, ma le ha gestite. Questa volta invece si è voluto far esplodere il problema. E adesso che bisogna gestire il disastro la Lega mostra i muscoli. Intervista del ministro Maroni a Il Corriere della Sera: «La Tunisia aveva promesso un impegno immediato per fermare i flussi migratori, ma le barche continuano ad arrivare. Se non ci sarà un segnale concreto entro i prossimi giorni, procederemo con i rimpatri forzosi». Il ministro dell`Interno Roberto Maroni alza il tiro in materia di contrasto agli sbarchi. Fa propria e rilancia la linea della Lega, poi analizza la posizione dell`Italia nella coalizione che partecipa ai raid in Libia: «Per provare a uscire dal pantano, l`unica soluzione è quella diplomatica proposta da Franco Frattini in accordo con la Germania». Domanda. Venerdì al rientro da Tunisi lei si era mostrato fiducioso sulla collaborazione con il governo locale. Che cosa è cambiato? «Sono arrivate altre mille persone che dicono di essere tunisine. E poi, a bordo di due barconi provenienti dalla Libia, circa mille tra somali ed eritrei. Non siamo in grado di sostenere questi ritmi e dunque bisogna adottare un nuovo atteggiamento»…. Domanda. Lei ha annunciato un piano per la distribuzione dei profughi con una stima di 50.000 persone che potrebbero arrivare dalla Libia in Italia. Crede davvero di riuscire ad assisterle?
«Sono rimasto male impressionato per l`atteggiamento di alcuni amministratori locali che ufficialmente mostrano buona volontà e poi sottobanco cercano motivi per evitare di essere coinvolti. Lo ripeto: l`unica regione esclusa sarà l`Abruzzo. Altrove si procederà secondo il piano che ho sottoposto alle regioni, che prevede un tetto massimo di 1.000 profughi ogni milione di abitanti». Domanda. Chi decide dove alloggiarli? «I governatori in accordo con province e comuni». Domanda. E se ci saranno rifiuti? «Allora saremo noi a individuare le aree…».
Il governatore della Sicilia Lombardo ha lanciato ieri l’allarme. Berlusconi lo riceverà mercoledì. Ed è già prevedibile che metterà sul tavolo anche il tema di uno scambio politico che riguarda la maggioranza di centrodestra.
BATOSTE ELETTORALI PER MERKEL E SARKOZY. IN GERMANIA DILAGANO I VERDI. IN FRANCIA SOCIALISTI E LEPENISTI.
Dopo 58 anni il partito della cancelliera tedesca Angela Merkel è costretto a cedere la guida del Land del Baden-Württemberg, uno dei più importanti motori tecnologici e industriali del Paese. Stando ai risultati provvisori alle elezioni regionali di ieri la formazione conservatrice ha perso il 5,2 per cento dei voti, fermandosi al 39 per cento. Trionfano invece i Verdi, che per la prima volta nella storia si avviano a esprimere un governatore regionale, il docente di etica Winfried Kretschmann. Sull`onda del dibattito sul nucleare il partito ecologista ha centrato il 24,2 per cento dei voti, un dato che non aveva mai raggiunto prima in un`elezione regionale. Rispetto al 2006 si tratta di un balzo di 12,5 punti, sufficienti per scavalcare anche la Spd, che, col 23,1 per cento (-2,1%), raccoglie invece il peggior risultato di sem- pre in Baden-Wiirttemberg. Pesante tonfo per la Fdp, finora al governo con la Cdu: i liberali dimezzano i propri voti e riescono di un pelo a superare lo sbarramento del 5 per cento. Verdi ed Spd insieme governeranno con 71 seggi, uno in più della maggioranza assoluta in parlamento e 4 in più di Cdu e Fdp. I trend del Baden-Württemberg sono stati confermati in parte dalle contemporanee elezioni in Renania-Palatinato. I Verdi, finora fuori dal parlamento regionale, conquistano il 15,3 per cento dei voti, salendo del 10,7 per cento rispetto al 2006. La Spd, al governo da 16 anni con Kurt Beck, resta sì primo partito col 35,7 per cento, ma perde ben il 9,9 per cento dei voti. Buona affermazione per la Cdu, che guadagna il 2,4 e sale al 35,2 per cento. Catastrofico, invece, il dato della Fdp: i liberali dimezzano i loro voti e, con appena il 4,2 per cento, restano fuori dal parlamento regionale. Un risultato, questo, che può innescare il prossimo terremoto politico a Berlino. Non è infatti escluso che Rainer Bruderle, presidente della Fdp in Renania-Palatinato e alleato al governo nazionale di angela Merkel, si dimetta da ministro federale dell`Economia. Il crollo dei liberali è attribuito anche alla sua gaffe sul nucleare, svelata alla vigilia del voto: in una riunione a porte chiuse coi vertici della Confindustria tedesca Briderle avrebbe spiegato che il dietrofront di Berlino sul nucleare era una mossa tattica dovuta solo alle elezioni regionali.
Batosta elettorale anche il presidente gfrancese Sarkozy, nonostante la prova muscolare in Libia. Al secondo turno delle amministrative, vittoria dei socialisti e del Fronte nazionale di Le Pen. Secondo l`ultimo sondaggio Ipsos, al primo turno delle presidenziali Sarkò sarebbe superato sia da madame Le Pen sia da tre dei quattro possibili candidati socialisti, Aubry, Hollande, StraussKahn. Sarkozy passerebbe al secondo turno (sempre dopo Le Pen) solo se i socialisti decidessero di candidare Ségolène Royal.
3. GIUSTIZIA, SETTIMANA DECISIVA PER GLI INTERVENTI SALVA-BERLUSCONI ALLA CAMERA. OGGI SHOW DEL PRESIDENTE A MILANO, CON LA CLAQUE.
Stamane Silvio Berlusconi varcherà la soglia di un`aula del tribunale di Milano per un processo a suo carico. Si tratta dell`udienza preliminare per il caso Mediatrade, nel quale è accusato assieme ad altri 11 imputati, tra cui il figlio Pier Silvio e il presidente di Mediaset Confalonieri, di frode fiscale e appropriazione indebita. Ad accoglierlo troverà, tra gli altri, i suoi fans mobilitati dal Pdl per sostenerlo.
La presenza in tribunale si spiega questa volta con l’esigenza di “mostrare” la propria buona volontà nella settimana della spallata per le gli interventi salva-Silvio alla Camera. Oggi infatti approda all’esame dell’aula di Montecitorio il processo breve e dunque anche la norma per la prescrizione breve per gli incensurati (studiata esattamente per ottenere la prescrizione nei processi più pericolosi per il presidente, come quello per corruzione nei confronti dell’avvocato Mills, già condannato come corrotto). Nonsolo. Dopo l`ok di stretta misura (11 a 10) ricevuto dalla Giunta per le autorizzazioni, da martedì alla Camera la richiesta di sollevare il conflitto di attribuzione per togliere il processo Ruby al tribunale di Milano e passarlo al tribunale dei ministri sarà al vaglio della Giunta per il regolamento dove il centrosinistra è in maggioranza. E` probabile che la decisione finale venga lasciata all`Aula di Montecitorio. Ma resta da vedere se il voto arriverà prima dell`inizio del processo al tribunale di Milano o se le opposizioni riusciranno a dilazionarei tempi fino a dopo il 6 aprile.
4. PD. OGGI IN DIREZIONE LA RINCORSA PER IL VOTO AMMINISTRATIVO E LE INIZIATIVE PER ANDARE OLTRE IL BERLUSCONISMO. INTERVISTA DI BINDI. LE RIUNIONI DI AREADEM E 360.
Questa mattina si riunisce la direzione nazionale del Partito Democratico. Al centro del dibattito, la situazione politica. La Direzione sarà il trampolino di lancio per la corsa finale verso le elezioni amministrative.
Nel fine settimana si sono svolte diverse riunioni. A Iseo si è riunita l’Associazione 360 organizzata dal vicesegretario del Pd, Enrico Letta. A Cortona si è riunita Areadem. Il Messaggero: «Un patto tra le opposizioni». In Parlamento innanzitutto. Ma anche nella società «sui terreni che sono già comuni»: Dario Franceschini ha concluso ieri con questa proposta il convegno di Areadem a Cortona. Del resto l`intera tre giorni, cominciata con una tavola rotonda a cui hanno preso parte, oltre al segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, Pier Ferdinando Casini e Fausto Bertinotti, è ruotata intorno al tema dell`«alleanza costituente». Oggi si riunirà a Roma la direzione del Pd. L`asse tra Bersani e Franceschini è ormai l`ossatura della maggioranza interna. E se il segretario sembra intenzionato a centrare la sua relazione sulla crisi di Berlusconi e sulla crescente responsabilità che grava fin d`ora sul Pd, a partire dai voti determinanti sull`intervento in Libia e dall`astensione sul federalismo regionale, il capogruppo alla Camera ieri ha insistito sull`alleanza delle opposizioni (senza esclusioni verso Udc, Idv e Sei) come la base necessaria per un «progetto di ricostruzione».
Intervista del presidente Rosy Bindi a Il Corriere della Sera: «Sul federalismo regionale ci siamo confrontati nel merito, ma nessuno si illuda che ci siano possibilità di collaborare con i leghisti ». «Non sono al corrente di colloqui particolari tra il mio
partito e il partito di Bossi. Non è il caso che Bossi millanti una telefonata con Bersani che è stata smentita. Il dialogo non c`è, salvo quello che tutti conoscono, cioè l`intervista del segretario alla Padania e il nostro comportamento in Parlamento. Bossi ci ringrazia e fa bene, perché con il nostro lavoro in Bicamerale abbiamo impedito o contenuto i danni del "loro" federalismo. Abbiamo messo ancora una volta sub iudice quel provvedimento la cui attuazione non potrà essere avviata prima del 2013, e solo a condizione che ci siano le risorse. Questa è la clausola di salvaguardia. E sia chiaro che, se non cambiala politica economica del governo, le risorse non ci saranno mai. La riforma allora sarebbe da riscrivere. Al leader leghista suggerirei poi di no rivendere in Padania quel che ancora non c`è: è stato votato il presupposto per il federalismo, non è ancora l`attuazione della riforma». «Ci siamo astenuti perché sono state accolte tutte le nostre proposte: noi abbiamo dato per l`ennesima volta prova di essere un`opposizione non pregiudiziale, che si confronta nel merito. Se quel provvedimento fosse andato in aula sarebbe stato comunque approvato e senza i miglioramenti che ci sono stati. Politicamente non ci siamo comunque distratti. Proprio in queste settimane i leghisti sono stati promotori alle Camere della prescrizione breve, dell`inserimento della responsabilità civile dei magistrati nella legge comunitaria, del via libera al conflitto di attribuzione sul caso Ruby. Il Carroccio strumentalizza la tragedia di Lampedusa per lucrare consenso. Ha tenuto sotto scacco il Parlamento sulla Libia. Non ci sono possibilità di collaborazione con una forza così».
Domanda. Bersani ha tuttavia rivolto un appello al Carroccio: siamo noi a garantire l`orizzonte federalista, smettetela - ha detto - di tenere bordone a Berlusconi. Questa sembra un`avance. Lei come la interpreta? «Credo che Bersani abbia voluto ricordare alla Lega i misfatti di cui si sta rendendo corresponsabile: sostiene un premier con quattro capi di imputazione. Noi parliamo agli elettori della Lega, per ricordare che il federalismo lo abbiamo introdotto noi nella Costituzione, sta nel dna del Pd, non in quello nella maggioranza». Domanda. I1 Pd non pecca di tatticismo, in nome della spallata a Berlusconi? «Stiamo perseguendo un obiettivo strategico, che è quello di ricostruire l`Italia dopo Berlusconi. Questa è la strategia dentro cui ci muoviamo e che offriamo alle opposizioni e a tutto il paese, agli elettori della Lega come a quelli del Pdl. Se andassimo a votare Berlusconi non vincerebbe perché non ha più la maggioranza, ma dobbiamo conquistare anche il suo elettorato a un impegno di ricostruzione dell`Italia. Per mandare a casa Berlusconi occorre la capacità di muoversi anche nel breve periodo. Sappiamo bene che dobbiamo fare scoppiare le contraddizioni nella Lega perché - nessuno lo nega- il Carroccio ha ora in mano il governo più di quanto ce l`abbia lo stesso Berlusconi…».
ci incontriamo tutti i mercoledì alle ore 18:30 al parco della Madonnetta nei locali di fronte al ristorante Gli amici di Aldo
lunedì 28 marzo 2011
venerdì 25 marzo 2011
La nota del mattino del 25 marzo - Libia, federalismo, giustizia. Portogallo
1. FEDERALISMO REGIONALE, ERRANI E BERSANI VINCONO LA PARTITA.
NIENTE AUMENTI DI TASSE. MA ADESSO BISOGNA RIVEDERE TUTTO.
Dopo una trattativa a oltranza proseguita fino all`ultimo minuto, il Partito democratico ha
consentito con la propria astensione il passaggio nella commissione bicamerale del decreto sul
fisco regionale. Il decreto è passato con 15 voti favorevoli, 10 astenuti (Pd) e 5 contrari (Terzo
Polo e Idv). A sbloccare la situazione, sono state prima l`intesa raggiunta dalla Conferenza delle
Regioni, guidata da Vasco Errani, presidente dell’Emilia Romagna, sul reintegro dei fondi per il
trasporto pubblico locale, poi il sì della maggioranza alla clausola
di salvaguardia proposta dal Pd, e cioè il blocco delle addizionali Irpef al tetto dello 0,9 per
cento (quello attuale) fino al 2013, e difesa delle fasce di reddito più basse, che non potranno
pagare più dello 0,5 per cento in più. Contemporaneamente il governo dovrà rifondere le
Regioni che rispettano il patto di stabilità dei tagli applicati nella manovra estiva. Se nel 2013
questo non sarà avvenuto, ci sarà un tavolo Stato-Regioni per decidere sull`attuazione del
decreto. Insomma, le norme del decreto sono «congelate» fino a quando i tagli non verranno
ripristinati. Il segretario del Pd, Per Pier Luigi Bersani: «Oggi è andata bene, ma l`albero è
storto. Resta il problema del decreto sul federalismo municipale. Bisognerà raddrizzarlo
in tempo, perché altrimenti il sistema salta per incoerenza. È il caso dell`irpef. Sarebbe bene
dunque che il governo ora si fermasse e avviasse una riflessione più ampia». Francesco Boccia
(Pd), relatore di minoranza al decreto: «Questa vicenda dimostra che
quando si ascolta la linea del Pd il risultato è che non si fanno pasticci e non si aumenta la
pressione fiscale. Maggioranza e governo dovranno rispondere ora ai cittadini che si vedranno
recapitati a casa i bollettini delle tasse comunali più alte, mentre questo non accadrà con le
Regioni, sarà un boomerang, per questo dovrebbero tornare indietro
sul decreto sul fisco municipale». Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni:
«Quello ottenuto dalle Regioni, dopo un impegno lungo e convinto, rappresenta un risultato
significativo. Per noi c`era un accordo su cui avevamo dato un giudizio positivo nel
dicembre scorso e dopo questa lunga e difficile discussione con il Governo confermiamo la
nostra posizione».
2. LIBIA, PASSA LA RISOLUZIONE ALLA CAMERA, LA NATO PRENDE IL
COMANDO, MA BERLUSCONI LAVORA PER RIMETTERE IN PISTA L’EX SOCIO
GHEDDAFI.
Anche la Camera dei deputati ha votato ieri le risoluzioni per la partecipazione dell’Italia
all’intervento in Libia richiesto dalla decisione presa in sede Onu. Due i documenti votati: uno è
quello del governo che comprende anche le imposizioni della Lega sul tema degli affari e
dell’immigrazione; l’altro è quello del Pd che richiama i limiti della risoluzione dell’Onu
sull’intervento per salvare i civili dal massacro ad opera delle truppe del tiranno di Tripoli. La
mozione del Pd ha raccolto oltre 200 voti in più di quella del governo. Massimo D’Alema ha
spiegato ieri in aula la posizione del Pd: “Il Partito democratico sostiene, e ha sostenuto fin dal
primo momento, l`iniziativa internazionale e le risoluzioni del Consiglio
di sicurezza delle Nazioni Unite che hanno garantito, forse in modo tardivo ma necessario e
inevitabile, un intervento della comunità internazionale nella crisi libica. (...) La scelta
dell`uso della forza è una scelta difficile, una scelta drammatica, una scelta che suscita
turbamento ben comprensibile in tanta parte dell`opinione pubblica, ma è una scelta questa
volta necessaria. Bene ha detto il Capo dello Stato, che ha saputo rappresentare anche in questa
drammatica vicenda i sentimenti e i valori che uniscono gli italiani, che noi non siamo in guerra
ma aderiamo alla necessità di quell`uso legale della forza che è previsto dalla Carta delle
Nazioni Unite. D`altro canto anche chi abbia a cuore le ragioni più profonde del pacifismo e
della non violenza non può non pensare a cosa sarebbe accaduto se la coalizione internazionale
non avesse fermato i carri armati di Gheddafi alle soglie di Bengasi o non avesse messo a tacere
l`artiglieria che martellava Misurata uccidendo i civili; dunque la forza, in questo caso, anche se
comporta un prezzo, ha dall`altra parte il numero delle vite salvate che bisogna pure considerare
nel bilancio doloroso di questi giorni”.
Francia, Gran Bretagna, Usa e Turchia hanno intanto raggiunto un accordo sul passaggio alla
Nato, dopo le operazioni navali, anche delle operazioni sulla No fly zone. Il quartier generale
delle operazioni passerà ora da Stoccarda a Napoli.
L’assenza del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dal dibattito parlamentare è stata
criticata da tutte le opposizioni. E’ l’unico capo del governo che ha testardamente rifiutato di
mettere la propria faccia in questa operazione. La ragione l’ha spiegata ieri da Bruxelles, dove
era riunito con gli altri capi di Stato e di governo dell’Unione europea: Berlusconi vuole
mantenersi disponibile per fare personalmente da mediatore con il suo ex socio Gheddafi, nel
caso in cui il dittatore libico resistesse al potere. I civili morti sotto il bombardamento delle
armate di Gheddafi non contano. Quello che conta è il business.
3. LAMPEDUSA, LO SCANDALO DELL’INCAPACITA’ PROGRAMMATA. OGGI
CONFERENZA NAZIONALE PD SULL’IMMIGRAZIONE.
«Siamo governati da irresponsabili. L`esecutivo ha puntato sull`ideologia, si è illuso di
governare l`immigrazione con i respingimenti, ha affidato a Gheddafi la mano dura, tagliato
i fondi per la cooperazione. Ha giocato col fuoco». Parola di Livia Turco (intervista con
l’Unità), che oggi punta il dito contro l’esplosione programmata (dal governo) dei problemi di
Lampedusa. «È questione di volontà. Abbiamo vissuto esperienze ben più drammatiche
sul piano dei numeri. Non solo il centrosinistra: al Viminale con la prima ondata di albanesi
c`era la Boniver. Noi abbiamo vissuto la tragedia dei Balcani e la guerra del Kosovo. La
Missione Arcobaleno ha messo in moto il sistema Italia: li abbiamo accolti in blocco e
rimpatriati con un reale accordo di cooperazione e sviluppo. Come nel `97, quando
Napolitano volò in Tunisia per firmare un`intesa». Domanda. Sta dicendo che oggi manca una
politica di gestione dei flussi? «Non sono solo clamorose inefficiente. È un`operazione politica:
fare vedere in tv ogni giorno agli italiani il Paese nella morsa dei migranti. Non
so se per distrarre o per ottenere cosa. Lampedusa è una bomba a orologeria».
Domanda. Da giorni ci sono 200 ragazzini soli e abbandonati a se stessi. È tollerabile?
«È inaudito che una situazione simile si protragga così a lungo. Le autorità devono intervenire.
Io martedì andrò sull`isola». Domanda. È vero che l`Europa non ci sta aiutando? «La retorica
non serve. Chiedano ai loro amici di centrodestra, a Sarkozy. Che Europa vogliono Maroni,
Tremonti e Berlusconi? Non hanno lavorato per rinunciare a un
pezzetto di sovranità e creare regole comuni. Hanno scelto l`Europa intergovernativa: dove
contano i governi, che decidono secondo gretti interessi nazionali».
Oggi e domani a Roma si svolge la conferenza nazionale sull’immigrazione del Partito
democratico. Dopo la relazione di Livia Turco oggi interviene il segretario del Pd, Pier Luigi
Bersani. Domani interverrà Massimo D’Alema.
4. GIUSTIZIA, PROSEGUE IL LAVORIO CONTRO LA MAGISTRATUTA. E
BERLUSCONI TEME ANCHE LE TELECAMERE AL PROCESSO SU RUBY.
Mentre Berlusconi si fa riprendere dalle telecamere a Bruxelles e i tg sono pieni delle immagini
che provengono dalla Libia, i volenterosi aiutanti del premier continuano a demolire la Giustizia
per salvare Berlusconi dai processi e intimidire la magistratura. Il Corriere della Sera: “Tre
colpi messi a segno in meno di 48 ore. Sulla Giustizia, la maggioranza fa il pieno alla Camera:
dopo la prescrizione breve, che va in Aula lunedì con effetti immediati sul processo Mills
quando diventerà legge, e il conflitto di attribuzione contro i magistrati milanesi sul caso Ruby
che, con il via libera di Gianfranco Fini, potrebbe essere votato prima dell`inizio del processo
contro Silvio Berlusconi, ora arriva una norma a sorpresa che allarga la responsabilità civile
dei magistrati. E lo fa, ben al di là del dolo e della colpa grave, con un emendamento della
Lega al ddl comunitario calendarizzato per lunedì in Aula. Stavolta il Pdl è stato anticipato dal
Carroccio.Lanorma, infatti, è frutto di un emendamento di Gianluca Pini (Lega) che modifica i
confini oltre i quali, dal 1988, un magistrato è ritenuto civilmente responsabile: giudici e pm
dovranno rispondere civilmente non solo per «dolo o colpa grave», dunque, ma per tutto ciò che
comporti «manifesta violazione del diritto»…. «Un vero golpe», attacca Federico Palomba
dell`Idv, mentre Donatella Ferranti (Pd) parla di «intimidazione nei confronti dei magistrati» e
Giulia Bongiorno (Fli) è ancora più dura: «E una norma punitiva, sarà il caos». In trincea anche
Luca Palamara, presidente dell`Associazione nazionale magistrati: «E’ iniziata la stagione delle
riforme punitive per noi magistrati».
Procedono insomma le grandi manovre per salvare Berlusconi dai processi. Solo che a
Berlusconi non basta più essere messo al riparo dai magistrati: ciò che teme è anche la perdita
della faccia. In questi giorni è cominciata la battaglia per permettere o meno le riprese tv del
processo su Ruby e del processo contro Lele Mora, Emilio Fede, Nicole Minetti: le “papi girls”
rischiano di sfilare davanti alle telecamere proprio nei giorni in cui Berlusconi dovrebbe
trovarsi alla prossima riunione del G8. Il presidente teme le ripercussioni. E’ cominciato il
lavorio sul tema “non sarebbe un bene per l’Italia”.
5. QUIRINALE IN ALLERTA PER LA MOLTIPLICAZIONE DELLE POLTRONE. MA I
RESPONSABILI NON SI FERMANO: ALMENO 11 SOTTOSEGRETARI
ASPETTANO LA NOMINA.
Il decreto con il quale sono stati moltiplicati i posti di consigliere e assessore a Roma e a Milano
ancora non è arrivato al Quirinale. E’ lo stesso con il quale il governo ha ripristinato i fondi per
la cultura (la cultura è stata usata come uno scudo per varare anche la moltiplicazione delle
poltrone). Non è detto che le norme siano considerate dalla presidenza della Repubblica così
urgenti da poter essere previste con un decreto. Ma la fame di posti è crescente. Il Sole 24 ore.
“Adesso i Responsabili attendono il completamento del rimpasto: la nomina agli 11 posti
ancora vacanti di sottosegretario. Se l`aspettano per la prossima settimana. Silvio Berlusconi
glielo ha garantito l`altra sera a cena, ospitandoli a Palazzo Grazioli, e loro sono convinti che
manterrà la promessa anche perché - sottolinea qualcuno - «c`è da votare in aula il conflitto di
attribuzioni» sul caso Ruby”.
6. LA CRISI IN PORTOGALLO COSTERA’ CARA. I MERCATI FINANZIARI SOTTO
TENSIONE.
Il Corriere della Sera. “Le dimissioni del governo di Lisbona hanno cambiato il clima del
Consiglio dei 27 capi di Stato e di governo dell`Ue, che doveva definire entro oggi solo gli
ultimi dettagli della strategia anti-crisi e del fondo salva-Stati. Il presidente dell`Eurogruppo e
premier lussemburghese, Jean-Claude Junker, ha indicato in 75 miliardi di euro l`importo
degli aiuti che potrebbero essere presto concessi al Portogallo, dopo la bocciatura in Parlamento
dell`esecutivo minoritario del socialista José Socrates, se fossero richiesti
per rifinanziare il debito pubblico. Farebbero seguito ai 110 miliardi assegnati alla Grecia e
ai 67,5 miliardi per l`Irlanda. L`agenzia di rating Fitch ha declassato l`affidabilità del debito
portoghese e la speculazione ha sospinto i tassi sui titoli di Stato a dieci anni sempre più vicino
a un 8 per cento difficilmente sostenibile”.
Molti osservatori sui quotidiani europei si chiedono oggi quale paese sarà la prossima vittima
della crisi della finanza pubblica e quale la vittima della speculazione. La Spagna è sotto i
riflettori. Ma le tensioni sono un problema anche per l’Italia, che ha un debito pubblico pari al
119 per cento del Pil, cioè un debito il cui valore supera di un quinto il valore della ricchezza
che il paese riesce a produrre in un anno intero.
7. SIRIA E YEMEN, IL RISVEGLIO DELLE POPOLAZIONI DELLA SPONDA SUD
DEL MEDITERRANEO SI ESTENDE.
Il Sole 24 ore. “Il presidente siriano Bashar al-Assad sembra rispondere con un`apertura
alle proteste che mercoledì, a Deraa, hanno visto le forze dell`ordine uccidere almeno 37
persone. Ci sarà più libertà in Siria, ha assicurato la portavoce, per stampa e movimenti politici;
il partito Baath al potere valuterà l`abolizione dello stato d`emergenza. Una svolta intanto
potrebbe essere vicina nello Yemen, almeno secondo il Wall Street Journal: il presidente Ali
Abdullah Saleh avrebbe raggiunto un`intesa con il generale Ali Mohsen al-Ahmar: entrambi
lascerebbero a favore di un governo civile di transizione”.
NIENTE AUMENTI DI TASSE. MA ADESSO BISOGNA RIVEDERE TUTTO.
Dopo una trattativa a oltranza proseguita fino all`ultimo minuto, il Partito democratico ha
consentito con la propria astensione il passaggio nella commissione bicamerale del decreto sul
fisco regionale. Il decreto è passato con 15 voti favorevoli, 10 astenuti (Pd) e 5 contrari (Terzo
Polo e Idv). A sbloccare la situazione, sono state prima l`intesa raggiunta dalla Conferenza delle
Regioni, guidata da Vasco Errani, presidente dell’Emilia Romagna, sul reintegro dei fondi per il
trasporto pubblico locale, poi il sì della maggioranza alla clausola
di salvaguardia proposta dal Pd, e cioè il blocco delle addizionali Irpef al tetto dello 0,9 per
cento (quello attuale) fino al 2013, e difesa delle fasce di reddito più basse, che non potranno
pagare più dello 0,5 per cento in più. Contemporaneamente il governo dovrà rifondere le
Regioni che rispettano il patto di stabilità dei tagli applicati nella manovra estiva. Se nel 2013
questo non sarà avvenuto, ci sarà un tavolo Stato-Regioni per decidere sull`attuazione del
decreto. Insomma, le norme del decreto sono «congelate» fino a quando i tagli non verranno
ripristinati. Il segretario del Pd, Per Pier Luigi Bersani: «Oggi è andata bene, ma l`albero è
storto. Resta il problema del decreto sul federalismo municipale. Bisognerà raddrizzarlo
in tempo, perché altrimenti il sistema salta per incoerenza. È il caso dell`irpef. Sarebbe bene
dunque che il governo ora si fermasse e avviasse una riflessione più ampia». Francesco Boccia
(Pd), relatore di minoranza al decreto: «Questa vicenda dimostra che
quando si ascolta la linea del Pd il risultato è che non si fanno pasticci e non si aumenta la
pressione fiscale. Maggioranza e governo dovranno rispondere ora ai cittadini che si vedranno
recapitati a casa i bollettini delle tasse comunali più alte, mentre questo non accadrà con le
Regioni, sarà un boomerang, per questo dovrebbero tornare indietro
sul decreto sul fisco municipale». Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni:
«Quello ottenuto dalle Regioni, dopo un impegno lungo e convinto, rappresenta un risultato
significativo. Per noi c`era un accordo su cui avevamo dato un giudizio positivo nel
dicembre scorso e dopo questa lunga e difficile discussione con il Governo confermiamo la
nostra posizione».
2. LIBIA, PASSA LA RISOLUZIONE ALLA CAMERA, LA NATO PRENDE IL
COMANDO, MA BERLUSCONI LAVORA PER RIMETTERE IN PISTA L’EX SOCIO
GHEDDAFI.
Anche la Camera dei deputati ha votato ieri le risoluzioni per la partecipazione dell’Italia
all’intervento in Libia richiesto dalla decisione presa in sede Onu. Due i documenti votati: uno è
quello del governo che comprende anche le imposizioni della Lega sul tema degli affari e
dell’immigrazione; l’altro è quello del Pd che richiama i limiti della risoluzione dell’Onu
sull’intervento per salvare i civili dal massacro ad opera delle truppe del tiranno di Tripoli. La
mozione del Pd ha raccolto oltre 200 voti in più di quella del governo. Massimo D’Alema ha
spiegato ieri in aula la posizione del Pd: “Il Partito democratico sostiene, e ha sostenuto fin dal
primo momento, l`iniziativa internazionale e le risoluzioni del Consiglio
di sicurezza delle Nazioni Unite che hanno garantito, forse in modo tardivo ma necessario e
inevitabile, un intervento della comunità internazionale nella crisi libica. (...) La scelta
dell`uso della forza è una scelta difficile, una scelta drammatica, una scelta che suscita
turbamento ben comprensibile in tanta parte dell`opinione pubblica, ma è una scelta questa
volta necessaria. Bene ha detto il Capo dello Stato, che ha saputo rappresentare anche in questa
drammatica vicenda i sentimenti e i valori che uniscono gli italiani, che noi non siamo in guerra
ma aderiamo alla necessità di quell`uso legale della forza che è previsto dalla Carta delle
Nazioni Unite. D`altro canto anche chi abbia a cuore le ragioni più profonde del pacifismo e
della non violenza non può non pensare a cosa sarebbe accaduto se la coalizione internazionale
non avesse fermato i carri armati di Gheddafi alle soglie di Bengasi o non avesse messo a tacere
l`artiglieria che martellava Misurata uccidendo i civili; dunque la forza, in questo caso, anche se
comporta un prezzo, ha dall`altra parte il numero delle vite salvate che bisogna pure considerare
nel bilancio doloroso di questi giorni”.
Francia, Gran Bretagna, Usa e Turchia hanno intanto raggiunto un accordo sul passaggio alla
Nato, dopo le operazioni navali, anche delle operazioni sulla No fly zone. Il quartier generale
delle operazioni passerà ora da Stoccarda a Napoli.
L’assenza del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dal dibattito parlamentare è stata
criticata da tutte le opposizioni. E’ l’unico capo del governo che ha testardamente rifiutato di
mettere la propria faccia in questa operazione. La ragione l’ha spiegata ieri da Bruxelles, dove
era riunito con gli altri capi di Stato e di governo dell’Unione europea: Berlusconi vuole
mantenersi disponibile per fare personalmente da mediatore con il suo ex socio Gheddafi, nel
caso in cui il dittatore libico resistesse al potere. I civili morti sotto il bombardamento delle
armate di Gheddafi non contano. Quello che conta è il business.
3. LAMPEDUSA, LO SCANDALO DELL’INCAPACITA’ PROGRAMMATA. OGGI
CONFERENZA NAZIONALE PD SULL’IMMIGRAZIONE.
«Siamo governati da irresponsabili. L`esecutivo ha puntato sull`ideologia, si è illuso di
governare l`immigrazione con i respingimenti, ha affidato a Gheddafi la mano dura, tagliato
i fondi per la cooperazione. Ha giocato col fuoco». Parola di Livia Turco (intervista con
l’Unità), che oggi punta il dito contro l’esplosione programmata (dal governo) dei problemi di
Lampedusa. «È questione di volontà. Abbiamo vissuto esperienze ben più drammatiche
sul piano dei numeri. Non solo il centrosinistra: al Viminale con la prima ondata di albanesi
c`era la Boniver. Noi abbiamo vissuto la tragedia dei Balcani e la guerra del Kosovo. La
Missione Arcobaleno ha messo in moto il sistema Italia: li abbiamo accolti in blocco e
rimpatriati con un reale accordo di cooperazione e sviluppo. Come nel `97, quando
Napolitano volò in Tunisia per firmare un`intesa». Domanda. Sta dicendo che oggi manca una
politica di gestione dei flussi? «Non sono solo clamorose inefficiente. È un`operazione politica:
fare vedere in tv ogni giorno agli italiani il Paese nella morsa dei migranti. Non
so se per distrarre o per ottenere cosa. Lampedusa è una bomba a orologeria».
Domanda. Da giorni ci sono 200 ragazzini soli e abbandonati a se stessi. È tollerabile?
«È inaudito che una situazione simile si protragga così a lungo. Le autorità devono intervenire.
Io martedì andrò sull`isola». Domanda. È vero che l`Europa non ci sta aiutando? «La retorica
non serve. Chiedano ai loro amici di centrodestra, a Sarkozy. Che Europa vogliono Maroni,
Tremonti e Berlusconi? Non hanno lavorato per rinunciare a un
pezzetto di sovranità e creare regole comuni. Hanno scelto l`Europa intergovernativa: dove
contano i governi, che decidono secondo gretti interessi nazionali».
Oggi e domani a Roma si svolge la conferenza nazionale sull’immigrazione del Partito
democratico. Dopo la relazione di Livia Turco oggi interviene il segretario del Pd, Pier Luigi
Bersani. Domani interverrà Massimo D’Alema.
4. GIUSTIZIA, PROSEGUE IL LAVORIO CONTRO LA MAGISTRATUTA. E
BERLUSCONI TEME ANCHE LE TELECAMERE AL PROCESSO SU RUBY.
Mentre Berlusconi si fa riprendere dalle telecamere a Bruxelles e i tg sono pieni delle immagini
che provengono dalla Libia, i volenterosi aiutanti del premier continuano a demolire la Giustizia
per salvare Berlusconi dai processi e intimidire la magistratura. Il Corriere della Sera: “Tre
colpi messi a segno in meno di 48 ore. Sulla Giustizia, la maggioranza fa il pieno alla Camera:
dopo la prescrizione breve, che va in Aula lunedì con effetti immediati sul processo Mills
quando diventerà legge, e il conflitto di attribuzione contro i magistrati milanesi sul caso Ruby
che, con il via libera di Gianfranco Fini, potrebbe essere votato prima dell`inizio del processo
contro Silvio Berlusconi, ora arriva una norma a sorpresa che allarga la responsabilità civile
dei magistrati. E lo fa, ben al di là del dolo e della colpa grave, con un emendamento della
Lega al ddl comunitario calendarizzato per lunedì in Aula. Stavolta il Pdl è stato anticipato dal
Carroccio.Lanorma, infatti, è frutto di un emendamento di Gianluca Pini (Lega) che modifica i
confini oltre i quali, dal 1988, un magistrato è ritenuto civilmente responsabile: giudici e pm
dovranno rispondere civilmente non solo per «dolo o colpa grave», dunque, ma per tutto ciò che
comporti «manifesta violazione del diritto»…. «Un vero golpe», attacca Federico Palomba
dell`Idv, mentre Donatella Ferranti (Pd) parla di «intimidazione nei confronti dei magistrati» e
Giulia Bongiorno (Fli) è ancora più dura: «E una norma punitiva, sarà il caos». In trincea anche
Luca Palamara, presidente dell`Associazione nazionale magistrati: «E’ iniziata la stagione delle
riforme punitive per noi magistrati».
Procedono insomma le grandi manovre per salvare Berlusconi dai processi. Solo che a
Berlusconi non basta più essere messo al riparo dai magistrati: ciò che teme è anche la perdita
della faccia. In questi giorni è cominciata la battaglia per permettere o meno le riprese tv del
processo su Ruby e del processo contro Lele Mora, Emilio Fede, Nicole Minetti: le “papi girls”
rischiano di sfilare davanti alle telecamere proprio nei giorni in cui Berlusconi dovrebbe
trovarsi alla prossima riunione del G8. Il presidente teme le ripercussioni. E’ cominciato il
lavorio sul tema “non sarebbe un bene per l’Italia”.
5. QUIRINALE IN ALLERTA PER LA MOLTIPLICAZIONE DELLE POLTRONE. MA I
RESPONSABILI NON SI FERMANO: ALMENO 11 SOTTOSEGRETARI
ASPETTANO LA NOMINA.
Il decreto con il quale sono stati moltiplicati i posti di consigliere e assessore a Roma e a Milano
ancora non è arrivato al Quirinale. E’ lo stesso con il quale il governo ha ripristinato i fondi per
la cultura (la cultura è stata usata come uno scudo per varare anche la moltiplicazione delle
poltrone). Non è detto che le norme siano considerate dalla presidenza della Repubblica così
urgenti da poter essere previste con un decreto. Ma la fame di posti è crescente. Il Sole 24 ore.
“Adesso i Responsabili attendono il completamento del rimpasto: la nomina agli 11 posti
ancora vacanti di sottosegretario. Se l`aspettano per la prossima settimana. Silvio Berlusconi
glielo ha garantito l`altra sera a cena, ospitandoli a Palazzo Grazioli, e loro sono convinti che
manterrà la promessa anche perché - sottolinea qualcuno - «c`è da votare in aula il conflitto di
attribuzioni» sul caso Ruby”.
6. LA CRISI IN PORTOGALLO COSTERA’ CARA. I MERCATI FINANZIARI SOTTO
TENSIONE.
Il Corriere della Sera. “Le dimissioni del governo di Lisbona hanno cambiato il clima del
Consiglio dei 27 capi di Stato e di governo dell`Ue, che doveva definire entro oggi solo gli
ultimi dettagli della strategia anti-crisi e del fondo salva-Stati. Il presidente dell`Eurogruppo e
premier lussemburghese, Jean-Claude Junker, ha indicato in 75 miliardi di euro l`importo
degli aiuti che potrebbero essere presto concessi al Portogallo, dopo la bocciatura in Parlamento
dell`esecutivo minoritario del socialista José Socrates, se fossero richiesti
per rifinanziare il debito pubblico. Farebbero seguito ai 110 miliardi assegnati alla Grecia e
ai 67,5 miliardi per l`Irlanda. L`agenzia di rating Fitch ha declassato l`affidabilità del debito
portoghese e la speculazione ha sospinto i tassi sui titoli di Stato a dieci anni sempre più vicino
a un 8 per cento difficilmente sostenibile”.
Molti osservatori sui quotidiani europei si chiedono oggi quale paese sarà la prossima vittima
della crisi della finanza pubblica e quale la vittima della speculazione. La Spagna è sotto i
riflettori. Ma le tensioni sono un problema anche per l’Italia, che ha un debito pubblico pari al
119 per cento del Pil, cioè un debito il cui valore supera di un quinto il valore della ricchezza
che il paese riesce a produrre in un anno intero.
7. SIRIA E YEMEN, IL RISVEGLIO DELLE POPOLAZIONI DELLA SPONDA SUD
DEL MEDITERRANEO SI ESTENDE.
Il Sole 24 ore. “Il presidente siriano Bashar al-Assad sembra rispondere con un`apertura
alle proteste che mercoledì, a Deraa, hanno visto le forze dell`ordine uccidere almeno 37
persone. Ci sarà più libertà in Siria, ha assicurato la portavoce, per stampa e movimenti politici;
il partito Baath al potere valuterà l`abolizione dello stato d`emergenza. Una svolta intanto
potrebbe essere vicina nello Yemen, almeno secondo il Wall Street Journal: il presidente Ali
Abdullah Saleh avrebbe raggiunto un`intesa con il generale Ali Mohsen al-Ahmar: entrambi
lascerebbero a favore di un governo civile di transizione”.
giovedì 24 marzo 2011
La nota del mattino del 24 marzo
1. IL GOVERNO MOLTIPLICA I VOTI CON LE POLTRONE (IL CONTO LO PAGANO
GLI ITALIANI). E POI FA FINTA CHE LE TASSE SERVANO PER DARE I SOLDI
ALLA CULTURA.
Nonostante i dubbi del Quirinale, ieri il presidente del Consiglio ha proposto e ottenuto la
nomina a ministro dell’Agricoltura di Saverio Romano, uno dei parlamentari “responsabili” che
hanno consentito al governo di mantenere, sia pure per pochi voti, la maggioranza alla Camera.
Per capire le perplessità di Napolitano basta leggere Giovanni Bianconi su Il Corriere della
Sera: “Il pentito di mafia Francesco Campanella - quello che fabbricò la falsa carta d`identità
con cui Bernardo Provenzano, da latitante, andò a farsi operare in Francia - ha raccontato che
un giorno del 2001, a Roma, pranzò con il candidato alle elezioni politiche Saverio Romano.
Campanella era un ex giovane dc divenuto vicepresidente del Consiglio comunale di Villabate,
alle porte di Palermo. Intorno al tavolo c`erano pure Totò Cuffaro e altre persone. Una delle
quali disse a Romano che Campanella non l`avrebbe votato. Scherzava, ma il candidato non la
prese a ridere: «Si alzò e disse seriamente, rivolgendosi a me: "Tu mi devi votare, perché nuatri
semo `ra stessa famigghía (siamo della stessa famiglia, ndr), vai a Villabate e t`informi",
lasciando attoniti tutti i commensali». In effetti, ricorda il pentito, Nino Mandalà (condannato in
primo grado per appartenenza alla famiglia mafiosa di Villabate) gli spiegò «che Saverio
Romano era stato autorizzato a candidarsi in quel collegio, perché in quel collegio non
c`è candidato che non è espressione di mafia». Le dichiarazioni di Campanella costituiscono il
cuore dell`indagine per concorso in associazione mafiosa a carico del neoministro Romano. La
Procura di Palermo ha ritenuto di non aver raccolto elementi sufficienti per sostenere
l`imputazione (è il termine tecnico usato nel comunicato della presidenza della Repubblica, che
vale anche per gli indagati come Romano) nonostante gli indizi di «contiguità» fra lui e Cosa
nostra emersi dall`inchiesta.
Ma il giudice potrebbe ordinare ulteriori approfondimenti, perché dopo la richiesta
di archiviazione (del novembre scorso) è accaduto un fatto nuovo, forse utile a una rilettura del
quadro accusatorio nei confronti di Romano, che evidentemente non è sfuggito al Quirinale. La
novità è la trasformazione in sentenza definitiva del verdetto d`appello che ha
condannato Cuffaro a sette anni di carcere per favoreggiamento aggravato all`associazione
mafiosa. In quelle motivazioni ormai irrevocabili, e utilizzabili come «oggetto di prova» in un
eventuale processo, il nome di Saverio Romano ricorre più volte. Accanto a quello di Cuffaro o
da solo. Per esempio quando riassume le dichiarazioni di Campanella sulla candidatura di un
tale Giuseppe Acanto in una delle liste di appoggio a Cuffaro, voluta
da Mandalà: «Il Romano, competente per la formazione delle liste, aveva immediatamente
assicurato l`inserimento di detto soggetto tra i candidati, chiedendogli di fargli avere al più
presto i documenti e mandandogli i saluti per il Mandalà». E più avanti sottolinea come fosse
«pacificamente emerso che sia Romano che Cuffaro erano stati informati in modo palese
e chiaro da Campanella che la candidatura di Acanto era voluta dal gruppo di Villabate facente
capo al Mandalà».
Ma perché Berlusconi ha così insistito? Lo si è capito ieri quando la maggioranza stava andando
sotto nella richiesta di sollevare il conflitto di attribuzione sul caso Ruby, escamotage
parlamentare per evitare che Berlusconi finisca di fronte ai magistrati milanesi per concussione
e prostituzione minorile: appena si è saputo della nomina di Romano, due dei cosiddetti
responsabili, Bruno Cesario e Elio Belcastro, che mancavano all’appello per le votazioni, sono
entrati nell’aula della Giunta per le Autorizzazioni e hanno consentito così alla maggioranza di
avere i voti necessari per sollevare il problema.
Ma attenzione: è stato solo l’inizio. Mentre accadeva tutto questo, il Consiglio dei ministri ha
approvato un provvedimento con il quale ha aumentato le accise (imposta di fabbricazione) sui
carburanti. Motivo ufficiale: trovare i soldi per la cultura. Una scusa: bastava fare l’election
day, cioè unire il voto per le amministrative e quello per i referendum, e per quest’anno non ci
sarebbe stato bisogno d’altro. Ma in quello stesso provvedimento il governo ha dato anche il via
libera, a Roma e a Milano, alla moltiplicazione dei consiglieri e degli assessori comunali (senza
i 48 consiglieri e i 12 assessori in più il sindaco Alemanno non sarebbe in grado di trovare un
posto per tutti i pretendenti della sua maggioranza).
E non è finita ancora. Ieri sera il gruppo dei responsabili e degli altri parlamentari accorsi a
puntellare la maggioranza dopo il 14 dicembre si sono riuniti con Berlusconi a Palazzo Grazioli.
Per soddisfare tutte le richieste, secondo molti quotidiani, Berlusconi ha promesso di
completare presto il rimpasto di governo e di presentare un provvedimento per poter nominare
anche altri dodici sottosegretari. Si tratterà di un disegno di legge, perché Napolitano ha già
chiarito che non c’è l’urgenza necessaria per poter fare un decreto. Ci vorrà tempo per
l’approvazione. I responsabili non si fidano molto. E così ieri hanno cominciato a mettere nel
mirino poltrone a scadenza più ravvicinata: quelle nei consigli di amministrazioni di Enel, Eni,
Terna, Poste, Finmeccanica….”E’ il governo delle tasse e delle poltrone” hanno commentato
Davide Zoggia, responsabile degli enti locali nella segreteria nazionale del Pd, e Stefano
Fassina, responsabile economia della segreteria Pd.
2. DOPO LA PRESCRIZIONE BREVE, IL CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE PER
SALVARSI DA RUBY. MENTRE IL MONDO GUARDA LA LIBIA IN TV, LA
DESTRA SMONTA LA GIUSTIZIA. E’ LA RIFORMA EPOCALE.
La decisione sul conflitto di attribuzione, votata ieri in commissione con l’approto dei cosiddetti
responsabili, è passata ora all’ufficio di presidenza della Camera. Gianfranco Fini con tutta
probabilità deciderà di sottoporre la questione al voto dell’aula di Montecitorio. Dopo la
prescrizione breve, lo sviamento del processo su Ruby. “Lo avevamo detto che la riforma
epocale della giustizia sarebbe finita così” ha dichiarato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani.
3. LIBIA, IL PD SULLA LINEA DELLA COERENZA. BERLUSCONI LATITA E PENSA
GIA’ DI MEDIARE CON IL DITTATORE RISORTO.
Ieri dibattito in Senato sulla mozione che autorizza l’Italia a partecipare all’intervento in Libia
previsto dall’Onu. Oggi si passa alla Camera. Fin dalla prima mattina il Partito democratico ha
riunito il coordinamento e, poi, i gruppi parlamentari, per decidere quale posizione portare al
dibattito al Senato. La decisione, largamente condivisa nel Pd, è stata di sostenere l’intervento
dell’Italia nell’ambito dei limiti strettamente indicati dall’Onu (evitare che i ribelli siano
schiacciati con una carneficina da Gheddafi), secondo la decisione presa nei giorni scorsi in
commissione. Una posizione lineare, che non prevede altre iniziative. La maggioranza ha
presentato invece un documento contenente diverse imposizioni volute dalla Lega Nord. Nel
corso del dibattito al Senato si è anche aperta la possibilità di confrontarsi su un testo comune.
Ma la Lega ha imposto lo stop. E prima ancora che si andasse a votazioni separate sui diversi
testi (come poi è avvenuto), mentre ancora la presidente del gruppo Pd al Senato, Anna
Finocchiaro, indicava le condizioni che avrebbero dato luogo alla disponibilità del Pd a un voto
comune, Berlusconi, assente in aula, faceva sapere alle agenzie che il voto negativo delle
opposizioni sul documento della maggioranza era da criticare per vari motivi. Un fatto che ha
rivelato la strumentalità e la falsità della disponibilità del governo.
Berlusconi, a differenza di tutti gli altri capi di governo nel mondo, ieri non era in Parlamento
per presentare la mozione sull’intervento in Libia. Non solo perché aveva altro da fare
(nominare Romano, parlare con gli altri responsabili alla ricerca di posti in cambio di voti), ma
anche perché ha deciso non mettere la faccia sull’intervento in Libia. Come si capisce dalla
lettura dei quotidiani che gli sono vicini, ha ancora l’idea che potrebbe fare da mediatore con il
dittatore amico, se Gheddafi si salva.
Oggi si replica alla Camera.
4. FEDERALISMO, OGGI IL VOTO PER LE REGIONI. MA ALL’APPELLO
MANCANO 425 MILIONI PER I TRASPORTI.
Una riunione dei gruppi parlamentari del Pd, stamattina, presieduta dal segretario Pier Luigi
Bersani, segnerà la sorte dello schema di decreto legislativo in materia di federalismo regionale,
che, alle 17, approderà nella commissione bicamerale per il voto finale. Le Regioni hanno
chiesto il reintegro dei 425 milioni di euro tagliati da Tremonti e che servono per i trasporti. Il
Pd ha già ottenuto molte modifiche migliorative del testo. Su questo punto chiede una clausola
di salvaguardia, che renda certo il reintegro dei fondi, pena la sospensione delle norme. Oggi si
vedrà la risposta del governo su questo e altri temi.
5. NUCLEARE, LA FINTA MORATORIA. SPETTACOLO, LA VITTORIA DEL PD.
Il Consiglio dei ministri ha confermato il programma nucleare, ma ne ha deciso la moratoria per
un anno. Una mossa pensata per depotenziare il referendum, ma che in realtà non apre alcuna
riflessione seria sul ricorso all’energia nucleare (e agli affari connessi alla costruzione delle
centrali, dal movimento terra al cemento armato, fino alle turbine). Ben più seria, la cancelliera
tedesca Angela Merkel: “Dal nucleare prima ne usciamo meglio sarà”.
Vittoria del Pd e delle battaglie delle maestranze: il governo è stato costretto a rimettere a
disposizione i fondi per la cultura che il ministro Tremonti aveva tagliato.
6. IL CONSIGLIO D’EUROPA OGGI NON VOTA IL FONDO PER IL SALVATAGGIO
DEGLI STATI INDEBITATI. IL PORTOGALLO VA IN CRISI. E L’ITALIA, CON IL
PETROLIO RECORD, SI PREPARA A CRESCERE MENO.
Il Consiglio dei capi di Stato e di governo si riunisce oggi e domani a Bruxelles, ma non riuscirà
ad approvare l’avvio del fondo strutturale per il salvataggio degli Stati in difficoltà con i conti
pubblici. Le divisioni e i distinguo hanno imposto uno slittamento a maggio. Proprio oggi i capi
di Stato e di governo si troveranno ad affrontare, però, l’ennesima crisi. Il governo del
Portogallo si è dimesso. I mercati finanziari, temendo ripercussioni, hanno messo sotto
pressione i titoli di debito di tutti i paesi più in difficoltà, dall’Irlanda allo stesso Portogallo, alla
Grecia, alla Spagna.
Se la Bce dovesse procedere davvero all’aumento dei tassi di interesse nella sua prossima
riunione di aprile, i problemi diventerebbero ancora più rilevanti.
L’Italia, che ha un debito pubblico particolarmente rilevante, non vive in una campana di vetro.
Questi problemi avranno ripercussioni anche su di noi, quantomeno in termini di maggior costo
del debito, da ripartire sulle spalle dei cittadini. E non solo. Molto dipenderà anche dalle regole
e dei tempi che alla fine l’Unione europea stabilirà per la riduzione del debito pubblico nei
singoli Stati membri.
A complicare il futuro vi è inoltre il prezzo del petrolio. Ieri il Centro studi della Confindustria
ha presentato una preoccupante stima sul futuro della crescita economica: con lo choc
petrolifero, «il profilo della ripresa viene modificato, e a parità di condizioni la crescita del
prodotto interno lordo italiano potrebbe risentirne per un totale di quasi un punto
percentuale nel biennio 2011-2012, con l`impatto maggiore l`anno prossimo». Traduzione:
rischiamo di non arrivare all’uno per cento di crescita economica. Con tutte le ripercussioni del
caso sul reddito degli italiani, sull’occupazione, sulla tenuta delle imprese
GLI ITALIANI). E POI FA FINTA CHE LE TASSE SERVANO PER DARE I SOLDI
ALLA CULTURA.
Nonostante i dubbi del Quirinale, ieri il presidente del Consiglio ha proposto e ottenuto la
nomina a ministro dell’Agricoltura di Saverio Romano, uno dei parlamentari “responsabili” che
hanno consentito al governo di mantenere, sia pure per pochi voti, la maggioranza alla Camera.
Per capire le perplessità di Napolitano basta leggere Giovanni Bianconi su Il Corriere della
Sera: “Il pentito di mafia Francesco Campanella - quello che fabbricò la falsa carta d`identità
con cui Bernardo Provenzano, da latitante, andò a farsi operare in Francia - ha raccontato che
un giorno del 2001, a Roma, pranzò con il candidato alle elezioni politiche Saverio Romano.
Campanella era un ex giovane dc divenuto vicepresidente del Consiglio comunale di Villabate,
alle porte di Palermo. Intorno al tavolo c`erano pure Totò Cuffaro e altre persone. Una delle
quali disse a Romano che Campanella non l`avrebbe votato. Scherzava, ma il candidato non la
prese a ridere: «Si alzò e disse seriamente, rivolgendosi a me: "Tu mi devi votare, perché nuatri
semo `ra stessa famigghía (siamo della stessa famiglia, ndr), vai a Villabate e t`informi",
lasciando attoniti tutti i commensali». In effetti, ricorda il pentito, Nino Mandalà (condannato in
primo grado per appartenenza alla famiglia mafiosa di Villabate) gli spiegò «che Saverio
Romano era stato autorizzato a candidarsi in quel collegio, perché in quel collegio non
c`è candidato che non è espressione di mafia». Le dichiarazioni di Campanella costituiscono il
cuore dell`indagine per concorso in associazione mafiosa a carico del neoministro Romano. La
Procura di Palermo ha ritenuto di non aver raccolto elementi sufficienti per sostenere
l`imputazione (è il termine tecnico usato nel comunicato della presidenza della Repubblica, che
vale anche per gli indagati come Romano) nonostante gli indizi di «contiguità» fra lui e Cosa
nostra emersi dall`inchiesta.
Ma il giudice potrebbe ordinare ulteriori approfondimenti, perché dopo la richiesta
di archiviazione (del novembre scorso) è accaduto un fatto nuovo, forse utile a una rilettura del
quadro accusatorio nei confronti di Romano, che evidentemente non è sfuggito al Quirinale. La
novità è la trasformazione in sentenza definitiva del verdetto d`appello che ha
condannato Cuffaro a sette anni di carcere per favoreggiamento aggravato all`associazione
mafiosa. In quelle motivazioni ormai irrevocabili, e utilizzabili come «oggetto di prova» in un
eventuale processo, il nome di Saverio Romano ricorre più volte. Accanto a quello di Cuffaro o
da solo. Per esempio quando riassume le dichiarazioni di Campanella sulla candidatura di un
tale Giuseppe Acanto in una delle liste di appoggio a Cuffaro, voluta
da Mandalà: «Il Romano, competente per la formazione delle liste, aveva immediatamente
assicurato l`inserimento di detto soggetto tra i candidati, chiedendogli di fargli avere al più
presto i documenti e mandandogli i saluti per il Mandalà». E più avanti sottolinea come fosse
«pacificamente emerso che sia Romano che Cuffaro erano stati informati in modo palese
e chiaro da Campanella che la candidatura di Acanto era voluta dal gruppo di Villabate facente
capo al Mandalà».
Ma perché Berlusconi ha così insistito? Lo si è capito ieri quando la maggioranza stava andando
sotto nella richiesta di sollevare il conflitto di attribuzione sul caso Ruby, escamotage
parlamentare per evitare che Berlusconi finisca di fronte ai magistrati milanesi per concussione
e prostituzione minorile: appena si è saputo della nomina di Romano, due dei cosiddetti
responsabili, Bruno Cesario e Elio Belcastro, che mancavano all’appello per le votazioni, sono
entrati nell’aula della Giunta per le Autorizzazioni e hanno consentito così alla maggioranza di
avere i voti necessari per sollevare il problema.
Ma attenzione: è stato solo l’inizio. Mentre accadeva tutto questo, il Consiglio dei ministri ha
approvato un provvedimento con il quale ha aumentato le accise (imposta di fabbricazione) sui
carburanti. Motivo ufficiale: trovare i soldi per la cultura. Una scusa: bastava fare l’election
day, cioè unire il voto per le amministrative e quello per i referendum, e per quest’anno non ci
sarebbe stato bisogno d’altro. Ma in quello stesso provvedimento il governo ha dato anche il via
libera, a Roma e a Milano, alla moltiplicazione dei consiglieri e degli assessori comunali (senza
i 48 consiglieri e i 12 assessori in più il sindaco Alemanno non sarebbe in grado di trovare un
posto per tutti i pretendenti della sua maggioranza).
E non è finita ancora. Ieri sera il gruppo dei responsabili e degli altri parlamentari accorsi a
puntellare la maggioranza dopo il 14 dicembre si sono riuniti con Berlusconi a Palazzo Grazioli.
Per soddisfare tutte le richieste, secondo molti quotidiani, Berlusconi ha promesso di
completare presto il rimpasto di governo e di presentare un provvedimento per poter nominare
anche altri dodici sottosegretari. Si tratterà di un disegno di legge, perché Napolitano ha già
chiarito che non c’è l’urgenza necessaria per poter fare un decreto. Ci vorrà tempo per
l’approvazione. I responsabili non si fidano molto. E così ieri hanno cominciato a mettere nel
mirino poltrone a scadenza più ravvicinata: quelle nei consigli di amministrazioni di Enel, Eni,
Terna, Poste, Finmeccanica….”E’ il governo delle tasse e delle poltrone” hanno commentato
Davide Zoggia, responsabile degli enti locali nella segreteria nazionale del Pd, e Stefano
Fassina, responsabile economia della segreteria Pd.
2. DOPO LA PRESCRIZIONE BREVE, IL CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE PER
SALVARSI DA RUBY. MENTRE IL MONDO GUARDA LA LIBIA IN TV, LA
DESTRA SMONTA LA GIUSTIZIA. E’ LA RIFORMA EPOCALE.
La decisione sul conflitto di attribuzione, votata ieri in commissione con l’approto dei cosiddetti
responsabili, è passata ora all’ufficio di presidenza della Camera. Gianfranco Fini con tutta
probabilità deciderà di sottoporre la questione al voto dell’aula di Montecitorio. Dopo la
prescrizione breve, lo sviamento del processo su Ruby. “Lo avevamo detto che la riforma
epocale della giustizia sarebbe finita così” ha dichiarato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani.
3. LIBIA, IL PD SULLA LINEA DELLA COERENZA. BERLUSCONI LATITA E PENSA
GIA’ DI MEDIARE CON IL DITTATORE RISORTO.
Ieri dibattito in Senato sulla mozione che autorizza l’Italia a partecipare all’intervento in Libia
previsto dall’Onu. Oggi si passa alla Camera. Fin dalla prima mattina il Partito democratico ha
riunito il coordinamento e, poi, i gruppi parlamentari, per decidere quale posizione portare al
dibattito al Senato. La decisione, largamente condivisa nel Pd, è stata di sostenere l’intervento
dell’Italia nell’ambito dei limiti strettamente indicati dall’Onu (evitare che i ribelli siano
schiacciati con una carneficina da Gheddafi), secondo la decisione presa nei giorni scorsi in
commissione. Una posizione lineare, che non prevede altre iniziative. La maggioranza ha
presentato invece un documento contenente diverse imposizioni volute dalla Lega Nord. Nel
corso del dibattito al Senato si è anche aperta la possibilità di confrontarsi su un testo comune.
Ma la Lega ha imposto lo stop. E prima ancora che si andasse a votazioni separate sui diversi
testi (come poi è avvenuto), mentre ancora la presidente del gruppo Pd al Senato, Anna
Finocchiaro, indicava le condizioni che avrebbero dato luogo alla disponibilità del Pd a un voto
comune, Berlusconi, assente in aula, faceva sapere alle agenzie che il voto negativo delle
opposizioni sul documento della maggioranza era da criticare per vari motivi. Un fatto che ha
rivelato la strumentalità e la falsità della disponibilità del governo.
Berlusconi, a differenza di tutti gli altri capi di governo nel mondo, ieri non era in Parlamento
per presentare la mozione sull’intervento in Libia. Non solo perché aveva altro da fare
(nominare Romano, parlare con gli altri responsabili alla ricerca di posti in cambio di voti), ma
anche perché ha deciso non mettere la faccia sull’intervento in Libia. Come si capisce dalla
lettura dei quotidiani che gli sono vicini, ha ancora l’idea che potrebbe fare da mediatore con il
dittatore amico, se Gheddafi si salva.
Oggi si replica alla Camera.
4. FEDERALISMO, OGGI IL VOTO PER LE REGIONI. MA ALL’APPELLO
MANCANO 425 MILIONI PER I TRASPORTI.
Una riunione dei gruppi parlamentari del Pd, stamattina, presieduta dal segretario Pier Luigi
Bersani, segnerà la sorte dello schema di decreto legislativo in materia di federalismo regionale,
che, alle 17, approderà nella commissione bicamerale per il voto finale. Le Regioni hanno
chiesto il reintegro dei 425 milioni di euro tagliati da Tremonti e che servono per i trasporti. Il
Pd ha già ottenuto molte modifiche migliorative del testo. Su questo punto chiede una clausola
di salvaguardia, che renda certo il reintegro dei fondi, pena la sospensione delle norme. Oggi si
vedrà la risposta del governo su questo e altri temi.
5. NUCLEARE, LA FINTA MORATORIA. SPETTACOLO, LA VITTORIA DEL PD.
Il Consiglio dei ministri ha confermato il programma nucleare, ma ne ha deciso la moratoria per
un anno. Una mossa pensata per depotenziare il referendum, ma che in realtà non apre alcuna
riflessione seria sul ricorso all’energia nucleare (e agli affari connessi alla costruzione delle
centrali, dal movimento terra al cemento armato, fino alle turbine). Ben più seria, la cancelliera
tedesca Angela Merkel: “Dal nucleare prima ne usciamo meglio sarà”.
Vittoria del Pd e delle battaglie delle maestranze: il governo è stato costretto a rimettere a
disposizione i fondi per la cultura che il ministro Tremonti aveva tagliato.
6. IL CONSIGLIO D’EUROPA OGGI NON VOTA IL FONDO PER IL SALVATAGGIO
DEGLI STATI INDEBITATI. IL PORTOGALLO VA IN CRISI. E L’ITALIA, CON IL
PETROLIO RECORD, SI PREPARA A CRESCERE MENO.
Il Consiglio dei capi di Stato e di governo si riunisce oggi e domani a Bruxelles, ma non riuscirà
ad approvare l’avvio del fondo strutturale per il salvataggio degli Stati in difficoltà con i conti
pubblici. Le divisioni e i distinguo hanno imposto uno slittamento a maggio. Proprio oggi i capi
di Stato e di governo si troveranno ad affrontare, però, l’ennesima crisi. Il governo del
Portogallo si è dimesso. I mercati finanziari, temendo ripercussioni, hanno messo sotto
pressione i titoli di debito di tutti i paesi più in difficoltà, dall’Irlanda allo stesso Portogallo, alla
Grecia, alla Spagna.
Se la Bce dovesse procedere davvero all’aumento dei tassi di interesse nella sua prossima
riunione di aprile, i problemi diventerebbero ancora più rilevanti.
L’Italia, che ha un debito pubblico particolarmente rilevante, non vive in una campana di vetro.
Questi problemi avranno ripercussioni anche su di noi, quantomeno in termini di maggior costo
del debito, da ripartire sulle spalle dei cittadini. E non solo. Molto dipenderà anche dalle regole
e dei tempi che alla fine l’Unione europea stabilirà per la riduzione del debito pubblico nei
singoli Stati membri.
A complicare il futuro vi è inoltre il prezzo del petrolio. Ieri il Centro studi della Confindustria
ha presentato una preoccupante stima sul futuro della crescita economica: con lo choc
petrolifero, «il profilo della ripresa viene modificato, e a parità di condizioni la crescita del
prodotto interno lordo italiano potrebbe risentirne per un totale di quasi un punto
percentuale nel biennio 2011-2012, con l`impatto maggiore l`anno prossimo». Traduzione:
rischiamo di non arrivare all’uno per cento di crescita economica. Con tutte le ripercussioni del
caso sul reddito degli italiani, sull’occupazione, sulla tenuta delle imprese
martedì 22 marzo 2011
Bozza di risoluzione assembleare in discussione il 26 Marzo
Riportiamo qui di seguito il testo della bozza di risoluzione assembleare su "Roma Capitale, Federalismo e governance" che sabato 26 Marzo il Segretario porterà all'attenzione dell'assemblea cittadina.
Il termine ultimo per la presentazione di proposte di modifiche e/o aggiunte nonchè di eventuali ordini del giorno di accompagno è giovedì 24 fino alle ore 24, in modo da consentire all'Ufficio di Presidenza di analizzarli nella giornata di venerdì. Eventuali odg o proposte di modifica del documento presentate in assemblea saranno acquisiti ma non saranno discusse nell'assemblea di sabato e rimandate ad altra assemblea.
Le modifiche alla risoluzione nonchè gli eventuali odg dovranno essere inviati in formato elettronico all'indirizzo email presidente@pdroma.net
La Capitale Metropolitana: uno strumento istituzionale per governare bene.
1. Capitale metropolitana
L’art.114 della Costituzione, nello stabilire che Roma è la Capitale d’Italia, rimanda all’adozione di un’apposita legge dello Stato che ne disciplini l’ordinamento. D’altronde Roma non è una città come le altre e pretende, per essere ben governata, un regime speciale che si occupi della complessità della realtà romana e valorizzi concretamente la specialità di Roma.
Roma è anche inserita sin dall’approvazione della legge 142/1990 tra le 12 aree metropolitane del nostro Paese, alle quali non è mai stata data attuazione e che sono finora rimaste costruzioni istituzionali meramente formali.
E’ evidente però che da un punto di vista della qualificazione giuridica Roma è oggi sia Capitale della Repubblica sia Area Metropolitana. Anzi l’area metropolitana più vasta del Paese.
Questi due status, la Città Capitale e l’area metropolitana sono i protagonisti dell’epoca post-moderna nella quale il mondo è frammentato in tanti luoghi che sono connessi tra loro non per la prossimità geografica, ma per il nesso funzionale che li lega. Le reti immateriali e i flussi di persone, servizi e idee connettono tra loro le eccellenze del mondo, concentrate in alcuni luoghi del Paese e strette tra loro in un rapporto dialettico.
In questo contesto, le aree metropolitane sono i principali snodi di queste relazioni e spetta loro la duplice funzione, da una parte, di connettersi alla rete e dall’altra di fungere da porta di accesso al mondo delle persone e dei territori a loro prossimi .
In questa dimensione glocale (globale e locale insieme), gli strumenti istituzionali di governo delle Città costituiscono la nuova frontiera della amministrazione pubblica. Una sfida per la politica e per la classe dirigente del Paese, investita da un processo selettivo che pretende che si connetta al mondo insieme al suo tessuto territoriale, puntando sulla qualità e sulle eccellenze e senza produrre fratture e esclusioni.
Roma non è estranea a questo processo di selezione delle Città e di costruzione di un legame con le comunità che le circondano.
La più grande Città italiana in termini demografici e territoriali vive non solo dei suoi 2,6 milioni di abitanti, ma anche delle 600mila persone che ogni giorno giungono a Roma per lavoro, per studio e per turismo. A Roma hanno sede gli organi costituzionali della Repubblica, le sedi di importanti Organismi internazionali, le sedi diplomatiche presso la Repubblica italiana e presso la Santa Sede e si trova il Vaticano, circondati dalla più grande concentrazione del patrimonio culturale del mondo. La sua dimensione sociale, economica e culturale è completata da un territorio che alla Capitale fornisce due aeroporti, Fiumicino e Ciampino, un porto, Civitavecchia, ferrovie e strade di collegamento nazionale.
Occorre fornire a Roma, adeguati strumenti istituzionali per governare la complessità locale, in particolare accrescendo le funzioni regolamentari e amministrative, oltre che le risorse finanziarie; soprattutto, occorre costruire una dimensione di governo efficiente che includa le aree del territorio romano che sono tra loro interconesse, funzionali e complementari, evitando di frammentare in parti separate una realtà così complessa.
La dimensione comunale di Roma non riesce di fatto a rispondere a questa esigenza, se solo si considera che i comuni intorno alla Capitale possiedono le principali infrastrutture di comunicazione dell’area e sono attraversate dai flussi materiali che investono la Città.
2. Un modello di governance per Roma Capitale.
Roma ha bisogno, per le sue peculiari caratteristiche, di un modello di governance che superi i tradizionali modelli degli enti locali costruiti nei secoli dei monolitici Stati sovrani unitari.
Da anni si ragiona del regime istituzionale di Roma e oggi, come prevede l’art. 114 della Costituzione, la legge n. 42 del 2009 ha previsto un nuovo regime per la Capitale. Sarà compito del Governo adottare – entro il maggio 2011 – i decreti legislativi per concretizzare il disegno del legislatore statale. Si tratta di una occasione da non perdere per permettere a Roma di dotarsi dei mezzi per agganciare la rete globale delle Città e di rimanervi agganciata insieme al suo territorio. Per questo riteniamo che qualsiasi richiesta di proroga di quei termini sia deleteria.
La soluzione “a due tempi” prevista dalla legge, per cui in una prima fase la Capitale coinciderà con il solo Comune di Roma e solo dopo con una più ampia area metropolitana, merita di essere attuata in tempi rapidi per fornire strumenti reali di governo della complessità locale e permetterci di stare nella sfida globale. E’ importante ricordare, infatti, che la legge 42, anche per iniziativa del PD, prevede esplicitamente che i poteri speciali e le risorse aggiuntive conferiti a Roma Capitale transitano automaticamente alla Città metropolitana, ove costituita.
Per la prima volta quindi, rispetto alla discussione in corso da più di venti anni, Roma Capitale e Città metropolitana non sono in conflitto fra loro. Se la Città metropolitana verrà istituita essa sarà un ente speciale in cui confluiscono le prerogative di Roma capitale. La Città metropolitana a Roma sarà Città metropolitana di Roma Capitale.
Proprio perché vogliamo portare Roma nel mondo, metterla in relazione con le città più produttive e porla in competizione con le grandi aree di innovazione e sviluppo del pianeta, è necessario quanto prima che la Capitale sia dotata di un’adeguata organizzazione istituzionale e amministrativa.
3. Federalismo fiscale
Da quasi due anni la legge sul federalismo fiscale prevede un regime nuovo per il Comune di Roma e per la sua Provincia: nuove risorse, nuove competenze, nuovi strumenti di governo. Si tratta però di conquiste solo sulla carta, perché il Governo ha adottato un decreto su Roma Capitale puramente formale e nominalistico, rimandando ad un futuro incerto e indeterminato il “vero” decreto su poteri e risorse. Lo stesso, recente, decreto sulla riforma della finanza comunale non contiene alcuna norma su Roma Capitale. Nel decreto di riforma della finanza regionale e provinciale il PD ha proposto l’inserimento di norme per le Città metropolitane. Intanto, il conflitto fra Comune di Roma e Regione Lazio ha bloccato l’iter del nuovo decreto su Roma Capitale. E l’attuale amministrazione comunale, troppo schiacciata sul presente e troppo palesemente indebolita dalla sua incapacità ad agire all’altezza necessaria dai problemi di Roma, non riesce a esercitare un ruolo di guida per questo cambiamento.
Noi vogliamo che a quel dettato legislativo su Roma Capitale sia data, presto, piena e completa attuazione, anche da un punto di vista dell’autonomia finanziaria specifica di Roma, per dare strutturalmente nuove risorse e funzioni sia al Comune che alla futura Città metropolitana di Roma Capitale.
Non possiamo più attendere un cambiamento che è già nelle cose, nei flussi della mobilità, nelle connessioni urbane e infrastrutturali e nei servizi.
Una realtà interconnessa che lega i tradizionali confini del Comune di Roma a decine di Comuni della Provincia e del Lazio richiede che responsabilmente si costruisca uno strumento di governo nuovo, innovativo – per l’Italia – tanto quanto il fenomeno sul quale si fonda.
Noi, per motivi demografici, territoriali, istituzionali e storici, meglio delle altre grandi città italiane possiamo essere un vero esempio di innovazione nel governo locale.
Nessuna area urbana ha le peculiarità di quella romana; per questo siamo chiamati a svolgere un ruolo innovativo da un punto di vista laboratorio politico-istituzionale per dare ad ogni Comune della Provincia, ai Municipi, ad ogni quartiere e ad ogni comunità il senso della sfida e della partecipazione ad un grande progetto di crescita collettiva.
Dobbiamo con serenità dirci che per troppo tempo, anche quando il centrosinistra governava tutti i livelli di governo di Roma, la sfida del governo dell’area vasta della Capitale non è stata fino in fondo compresa e, quindi, colta.
Ora, dobbiamo essere i protagonisti su questo terreno dell’innovazione, della proposta e delle riforme costruendo una proposta per l’istituzione della Città metropolitana di Roma Capitale, che includa il Comune di Roma e la sua area vasta.La doverosa semplificazione dei livelli amministrativi ed istituzionali impone che dal 2013 non ci sia più la Provincia di Roma e che da quella data i cittadini possano scegliere il Sindaco della Città metropolitana di Roma Capitale.
Alla costruzione di questo progetto devono essere chiamate tutte le comunità territoriali, le imprese romane, i fornitori dei servizi alla persona e all’impresa, le università, la Camera di Commercio, le organizzazioni dell’impresa e dell’artigianato, dobbiamo mettere tutti i romani nelle condizioni di riscattare Roma dalla fase di offuscamento e di incertezza nella quale è entrata.
Quel ciclo di idee e progetti conclusosi nel 2008 non è stato seguito dall’apertura di un nuovo orizzonte di pensiero lungo, amministrativo e politico. L’inadeguatezza della destra offre oggi a noi il compito di chiamare la Città e il territorio romano ad un nuovo patto di comunità per il futuro.
Non ci sono alternative: o insieme costruiremo il futuro di Roma o insieme perderemo.
Ognuno deve dare il proprio contributo e non c’è spazio per egoismi e protagonismi solitari; dobbiamo tornare a pensare in grande e insieme. La destra ha dimostrato in questi tre anni di saper bene fare solo due cose: dividere ed escludere; noi dobbiamo essere quelli che uniscono e includono perché vogliono che Roma vinca la sua sfida globale.
4. Perché ai Comuni e ai Municipi conviene la Città metropolitana Capitale.
È nella logica della sfida comune che nella Città metropolitana Capitale ogni ente di governo avrà l’occasione per crescere e non sarà assorbito. Noi vogliamo che sia una realtà organizzata in Comuni e che nessuno perda competenze e risorse ma che al contrario ognuno abbia la possibilità di accrescere il proprio ruolo con nuovi strumenti di governo, nuove risorse e nuove competenze.
I Comuni metropolitani dovranno essere formati dai Municipi di Roma e dai Comuni dell’Interland romano -che sono parte dell’area metropolitana- e saranno finalmente in grado di poter programmare e realizzare politiche nuove e articolate per le proprie comunità. In molti amministratori cesserà così quella non occasionale frustrazione di essere la frontiera dell’amministrazione davanti ai problemi, ma di non avere gli strumenti per risolverli. Nella Città metropolitana i cittadini potranno avere una classe di governo di prossimità dotata di maggiori strumenti e quindi capace di fornire risposte e soluzioni.
Chi oggi soffia localmente sul vento dell’isolamento e dell’arroccamento antiromano dimostra non solo di essere un irresponsabile distruttore di futuro, ma anche di non amare Roma e la sua Provincia.
Esiste certo il tema della cancellazione formale non solo della Provincia di Roma, ma soprattutto del Comune di Roma, con la trasformazione dei Municipi in veri e propri Comuni all’interno della Città metropolitana. Come esiste la questione di un loro eventuale aggiornamento territoriale che non può essere frutto di una ridefinizione effimera o di parte ma al contrario il risultato di un attento lavoro di analisi dei dati economici, sociali, anagrafici di quei territori. Sono questioni che – proprio perché si tratta di un progetto collettivo – devono essere affrontate per trovare soluzioni istituzionali.
Proprio per questo riteniamo che nell’ottica e in preparazione a questa trasformazione si debba procedere sin da subito ad attuare un maggiore livello di decentramento delle funzioni dal Comune ai Municipi anche al fine di verificare sul campo la portata delle innovazione e delle riforme.
C’è spazio, grazie alla peculiarità romana, per soluzioni nuove. Accanto all’assemblea dei consiglieri della Città metropolitana, ben potrà essere costituito un organo di raccordo dei sindaci dei comuni (inclusi gli ex municipi), per avere una sede di concertazione interistituzionale che si esprima su i più importanti atti di programmazione.
5. Equilibri territoriali.
Non sfugge certo che il rafforzamento di competenze e risorse del regime di Roma Capitale potrà rischiare di creare una frattura tra Roma e il resto del territorio; una frattura che, durante la fase in cui la Capitale coinciderà con il Comune di Roma rischia di spezzare i vincoli dei territori più vicini al Comune e che, nel periodo della Città metropolitana Capitale, potrebbe invece rischiare di costruire una frattura addirittura con il resto della Regione Lazio.
Si tratta di rischi che non dobbiamo correre e per evitarli occorre attestare la Capitale ad una dimensione ottimale per l’esercizio delle funzioni, per l’erogazione dei servizi e per la gestione amministrativa. In questo senso, siamo convinti che per tutto il tempo in cui avremo un Comune con più competenze sarà fondamentale che la Provincia di Roma assuma il ruolo di garante dell’unità, dell’armonia e della collaborazione tra il Comune e il resto del territorio romano. Quando invece si istituirà la Città metropolitana, essa stessa, adeguatamente costruita in termini territoriali e istituzionali dovrà essere l’opportunità di tutto il Lazio per apparire sul palcoscenico del mondo.
Una grande e forte Capitale metropolitana che include i grandi assi della viabilità e una rete omogenea di servizi potrà svolgere un ruolo di costruttore di unità e integrazione territoriale proprio perché connetterà in modo istituzionale le parti – oggi diverse e distanti – di un territorio che in modo complementare costituiscono l’area romana.
La prospettiva è quella di Roma che attrae con questo modo di governo il resto del territorio laziale in un patto regionale di efficienza e innovazione e non quella di un ente forte che impone la sua presenza in un contesto di enti territoriali deboli in posizione di sudditanza.
Questo disegno di crescita, innovazione e opportunità dovrà essere l’orizzonte ambizioso dell’azione normativa del Governo al quale non devono essere chiesti decreti legislativi per porre rimedio alle emergenze (magari solo di bilancio) del presente, ma interventi di progettualità istituzionale che permetta di migliorare la vita dei cittadini.
Ben poca cosa sarebbe se l’attuazione di Roma Capitale si risolvesse nel solo conferimento al Comune di Roma di qualche nuova risorsa e di qualche nuova competenza, lasciando inalterato un impianto istituzionale che è figlio di un’epoca diversa, di una società con una economia in gran parte agricola e artigianale, poi pubblica, ma quasi sempre stabile se non statica.
Per garantire a tutto il territorio intorno alla Capitale di prendere parte a questa scommessa sarà necessario anche accrescere le competenze amministrative delle altre Province del Lazio, sia con interventi statali (un nuovo conferimento di funzoni) che con lo spostamento di molte funzioni oggi regionali agli enti locali. La Regione Lazio deve costruirsi un’identità istituzionale di legislatore e non di grande ente locale.
In questo modo, si permetterà alle altre Province, anch’esse con un rinnovato e ampliato parco di funzioni e risorse, di dialogare in una posizione non di sudditanza con Roma e di addivenire con essa alla stipula di accordi per integrare il territorio laziale.
La stessa autonomia della Regione Lazio potrà essere rafforzata con la previsione di un nuovo regime speciale (quindi con maggiori competenze legislative e un nuovo Statuto di rango costituzionale come per Sardegna, Sicilia, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia) ovvero con l’ampliamento delle forma di autonomia in alcune materie come prevedono le norme costituzionali sul federalismo differenziato (art. 116 Cost.).
In questo senso la Città metropolitana di Roma Capitale può diventare un’opportunità per tutto il tessuto delle autonomie della Regione Lazio.
Una sfida che si vincerà se Roma porterà con sé il patrimonio culturale, materiale, economico e umano dei territori e delle comunità che completano la dimensione strettamente urbana; se, quindi, essa non rimarrà chiusa nella sua dimensione minima, ma saprà presentarsi sullo scenario mondale insieme a quanto la circonda e la completa rendendola unica.
Da questo punto di vista, occorre che l’azione di un approccio nuovo rispetto anche al più recente passato, sia del PD nazionale che di quello regionale, favorendo in tutti e due i livelli di governo, statale e regionale, il riconoscimento della peculiarità romana e favorendo lo spostamento di risorse e competenze da questi livelli di governo a Roma.
6. La legge n. 42 del 2009 e l’attuazione di “Roma Capitale”.
Crediamo pertanto che si debba proseguire questa opera di modifica degli assetti istituzionali
con un approccio nuovo rispetto a quello posto in essere dall’amministrazione Alemanno che, dopo tre anni, non ha prodotto alcun miglioramento istituzionale per la Città, nessuna nuova competenza o risorsa finanziaria ma solo un formale cambiamento del nome del Comune in Roma Capitale.
Il PD dunque i impegnerà nel duplice senso di raggiungere l’attuazione della legge n. 42 del 2009 sul federalismo fiscale che contiene norme su Roma Capitale ma allo stesso tempo deve essere capace di fornire un’ulteriore strada per raggiungere il risultato di una disciplina speciale dell’autonomia di Roma che contenga prima di tutto specifiche norme economiche e finanziaria in grado di essere sostanza della peculiarità di Roma.
Il termine ultimo per la presentazione di proposte di modifiche e/o aggiunte nonchè di eventuali ordini del giorno di accompagno è giovedì 24 fino alle ore 24, in modo da consentire all'Ufficio di Presidenza di analizzarli nella giornata di venerdì. Eventuali odg o proposte di modifica del documento presentate in assemblea saranno acquisiti ma non saranno discusse nell'assemblea di sabato e rimandate ad altra assemblea.
Le modifiche alla risoluzione nonchè gli eventuali odg dovranno essere inviati in formato elettronico all'indirizzo email presidente@pdroma.net
La Capitale Metropolitana: uno strumento istituzionale per governare bene.
1. Capitale metropolitana
L’art.114 della Costituzione, nello stabilire che Roma è la Capitale d’Italia, rimanda all’adozione di un’apposita legge dello Stato che ne disciplini l’ordinamento. D’altronde Roma non è una città come le altre e pretende, per essere ben governata, un regime speciale che si occupi della complessità della realtà romana e valorizzi concretamente la specialità di Roma.
Roma è anche inserita sin dall’approvazione della legge 142/1990 tra le 12 aree metropolitane del nostro Paese, alle quali non è mai stata data attuazione e che sono finora rimaste costruzioni istituzionali meramente formali.
E’ evidente però che da un punto di vista della qualificazione giuridica Roma è oggi sia Capitale della Repubblica sia Area Metropolitana. Anzi l’area metropolitana più vasta del Paese.
Questi due status, la Città Capitale e l’area metropolitana sono i protagonisti dell’epoca post-moderna nella quale il mondo è frammentato in tanti luoghi che sono connessi tra loro non per la prossimità geografica, ma per il nesso funzionale che li lega. Le reti immateriali e i flussi di persone, servizi e idee connettono tra loro le eccellenze del mondo, concentrate in alcuni luoghi del Paese e strette tra loro in un rapporto dialettico.
In questo contesto, le aree metropolitane sono i principali snodi di queste relazioni e spetta loro la duplice funzione, da una parte, di connettersi alla rete e dall’altra di fungere da porta di accesso al mondo delle persone e dei territori a loro prossimi .
In questa dimensione glocale (globale e locale insieme), gli strumenti istituzionali di governo delle Città costituiscono la nuova frontiera della amministrazione pubblica. Una sfida per la politica e per la classe dirigente del Paese, investita da un processo selettivo che pretende che si connetta al mondo insieme al suo tessuto territoriale, puntando sulla qualità e sulle eccellenze e senza produrre fratture e esclusioni.
Roma non è estranea a questo processo di selezione delle Città e di costruzione di un legame con le comunità che le circondano.
La più grande Città italiana in termini demografici e territoriali vive non solo dei suoi 2,6 milioni di abitanti, ma anche delle 600mila persone che ogni giorno giungono a Roma per lavoro, per studio e per turismo. A Roma hanno sede gli organi costituzionali della Repubblica, le sedi di importanti Organismi internazionali, le sedi diplomatiche presso la Repubblica italiana e presso la Santa Sede e si trova il Vaticano, circondati dalla più grande concentrazione del patrimonio culturale del mondo. La sua dimensione sociale, economica e culturale è completata da un territorio che alla Capitale fornisce due aeroporti, Fiumicino e Ciampino, un porto, Civitavecchia, ferrovie e strade di collegamento nazionale.
Occorre fornire a Roma, adeguati strumenti istituzionali per governare la complessità locale, in particolare accrescendo le funzioni regolamentari e amministrative, oltre che le risorse finanziarie; soprattutto, occorre costruire una dimensione di governo efficiente che includa le aree del territorio romano che sono tra loro interconesse, funzionali e complementari, evitando di frammentare in parti separate una realtà così complessa.
La dimensione comunale di Roma non riesce di fatto a rispondere a questa esigenza, se solo si considera che i comuni intorno alla Capitale possiedono le principali infrastrutture di comunicazione dell’area e sono attraversate dai flussi materiali che investono la Città.
2. Un modello di governance per Roma Capitale.
Roma ha bisogno, per le sue peculiari caratteristiche, di un modello di governance che superi i tradizionali modelli degli enti locali costruiti nei secoli dei monolitici Stati sovrani unitari.
Da anni si ragiona del regime istituzionale di Roma e oggi, come prevede l’art. 114 della Costituzione, la legge n. 42 del 2009 ha previsto un nuovo regime per la Capitale. Sarà compito del Governo adottare – entro il maggio 2011 – i decreti legislativi per concretizzare il disegno del legislatore statale. Si tratta di una occasione da non perdere per permettere a Roma di dotarsi dei mezzi per agganciare la rete globale delle Città e di rimanervi agganciata insieme al suo territorio. Per questo riteniamo che qualsiasi richiesta di proroga di quei termini sia deleteria.
La soluzione “a due tempi” prevista dalla legge, per cui in una prima fase la Capitale coinciderà con il solo Comune di Roma e solo dopo con una più ampia area metropolitana, merita di essere attuata in tempi rapidi per fornire strumenti reali di governo della complessità locale e permetterci di stare nella sfida globale. E’ importante ricordare, infatti, che la legge 42, anche per iniziativa del PD, prevede esplicitamente che i poteri speciali e le risorse aggiuntive conferiti a Roma Capitale transitano automaticamente alla Città metropolitana, ove costituita.
Per la prima volta quindi, rispetto alla discussione in corso da più di venti anni, Roma Capitale e Città metropolitana non sono in conflitto fra loro. Se la Città metropolitana verrà istituita essa sarà un ente speciale in cui confluiscono le prerogative di Roma capitale. La Città metropolitana a Roma sarà Città metropolitana di Roma Capitale.
Proprio perché vogliamo portare Roma nel mondo, metterla in relazione con le città più produttive e porla in competizione con le grandi aree di innovazione e sviluppo del pianeta, è necessario quanto prima che la Capitale sia dotata di un’adeguata organizzazione istituzionale e amministrativa.
3. Federalismo fiscale
Da quasi due anni la legge sul federalismo fiscale prevede un regime nuovo per il Comune di Roma e per la sua Provincia: nuove risorse, nuove competenze, nuovi strumenti di governo. Si tratta però di conquiste solo sulla carta, perché il Governo ha adottato un decreto su Roma Capitale puramente formale e nominalistico, rimandando ad un futuro incerto e indeterminato il “vero” decreto su poteri e risorse. Lo stesso, recente, decreto sulla riforma della finanza comunale non contiene alcuna norma su Roma Capitale. Nel decreto di riforma della finanza regionale e provinciale il PD ha proposto l’inserimento di norme per le Città metropolitane. Intanto, il conflitto fra Comune di Roma e Regione Lazio ha bloccato l’iter del nuovo decreto su Roma Capitale. E l’attuale amministrazione comunale, troppo schiacciata sul presente e troppo palesemente indebolita dalla sua incapacità ad agire all’altezza necessaria dai problemi di Roma, non riesce a esercitare un ruolo di guida per questo cambiamento.
Noi vogliamo che a quel dettato legislativo su Roma Capitale sia data, presto, piena e completa attuazione, anche da un punto di vista dell’autonomia finanziaria specifica di Roma, per dare strutturalmente nuove risorse e funzioni sia al Comune che alla futura Città metropolitana di Roma Capitale.
Non possiamo più attendere un cambiamento che è già nelle cose, nei flussi della mobilità, nelle connessioni urbane e infrastrutturali e nei servizi.
Una realtà interconnessa che lega i tradizionali confini del Comune di Roma a decine di Comuni della Provincia e del Lazio richiede che responsabilmente si costruisca uno strumento di governo nuovo, innovativo – per l’Italia – tanto quanto il fenomeno sul quale si fonda.
Noi, per motivi demografici, territoriali, istituzionali e storici, meglio delle altre grandi città italiane possiamo essere un vero esempio di innovazione nel governo locale.
Nessuna area urbana ha le peculiarità di quella romana; per questo siamo chiamati a svolgere un ruolo innovativo da un punto di vista laboratorio politico-istituzionale per dare ad ogni Comune della Provincia, ai Municipi, ad ogni quartiere e ad ogni comunità il senso della sfida e della partecipazione ad un grande progetto di crescita collettiva.
Dobbiamo con serenità dirci che per troppo tempo, anche quando il centrosinistra governava tutti i livelli di governo di Roma, la sfida del governo dell’area vasta della Capitale non è stata fino in fondo compresa e, quindi, colta.
Ora, dobbiamo essere i protagonisti su questo terreno dell’innovazione, della proposta e delle riforme costruendo una proposta per l’istituzione della Città metropolitana di Roma Capitale, che includa il Comune di Roma e la sua area vasta.La doverosa semplificazione dei livelli amministrativi ed istituzionali impone che dal 2013 non ci sia più la Provincia di Roma e che da quella data i cittadini possano scegliere il Sindaco della Città metropolitana di Roma Capitale.
Alla costruzione di questo progetto devono essere chiamate tutte le comunità territoriali, le imprese romane, i fornitori dei servizi alla persona e all’impresa, le università, la Camera di Commercio, le organizzazioni dell’impresa e dell’artigianato, dobbiamo mettere tutti i romani nelle condizioni di riscattare Roma dalla fase di offuscamento e di incertezza nella quale è entrata.
Quel ciclo di idee e progetti conclusosi nel 2008 non è stato seguito dall’apertura di un nuovo orizzonte di pensiero lungo, amministrativo e politico. L’inadeguatezza della destra offre oggi a noi il compito di chiamare la Città e il territorio romano ad un nuovo patto di comunità per il futuro.
Non ci sono alternative: o insieme costruiremo il futuro di Roma o insieme perderemo.
Ognuno deve dare il proprio contributo e non c’è spazio per egoismi e protagonismi solitari; dobbiamo tornare a pensare in grande e insieme. La destra ha dimostrato in questi tre anni di saper bene fare solo due cose: dividere ed escludere; noi dobbiamo essere quelli che uniscono e includono perché vogliono che Roma vinca la sua sfida globale.
4. Perché ai Comuni e ai Municipi conviene la Città metropolitana Capitale.
È nella logica della sfida comune che nella Città metropolitana Capitale ogni ente di governo avrà l’occasione per crescere e non sarà assorbito. Noi vogliamo che sia una realtà organizzata in Comuni e che nessuno perda competenze e risorse ma che al contrario ognuno abbia la possibilità di accrescere il proprio ruolo con nuovi strumenti di governo, nuove risorse e nuove competenze.
I Comuni metropolitani dovranno essere formati dai Municipi di Roma e dai Comuni dell’Interland romano -che sono parte dell’area metropolitana- e saranno finalmente in grado di poter programmare e realizzare politiche nuove e articolate per le proprie comunità. In molti amministratori cesserà così quella non occasionale frustrazione di essere la frontiera dell’amministrazione davanti ai problemi, ma di non avere gli strumenti per risolverli. Nella Città metropolitana i cittadini potranno avere una classe di governo di prossimità dotata di maggiori strumenti e quindi capace di fornire risposte e soluzioni.
Chi oggi soffia localmente sul vento dell’isolamento e dell’arroccamento antiromano dimostra non solo di essere un irresponsabile distruttore di futuro, ma anche di non amare Roma e la sua Provincia.
Esiste certo il tema della cancellazione formale non solo della Provincia di Roma, ma soprattutto del Comune di Roma, con la trasformazione dei Municipi in veri e propri Comuni all’interno della Città metropolitana. Come esiste la questione di un loro eventuale aggiornamento territoriale che non può essere frutto di una ridefinizione effimera o di parte ma al contrario il risultato di un attento lavoro di analisi dei dati economici, sociali, anagrafici di quei territori. Sono questioni che – proprio perché si tratta di un progetto collettivo – devono essere affrontate per trovare soluzioni istituzionali.
Proprio per questo riteniamo che nell’ottica e in preparazione a questa trasformazione si debba procedere sin da subito ad attuare un maggiore livello di decentramento delle funzioni dal Comune ai Municipi anche al fine di verificare sul campo la portata delle innovazione e delle riforme.
C’è spazio, grazie alla peculiarità romana, per soluzioni nuove. Accanto all’assemblea dei consiglieri della Città metropolitana, ben potrà essere costituito un organo di raccordo dei sindaci dei comuni (inclusi gli ex municipi), per avere una sede di concertazione interistituzionale che si esprima su i più importanti atti di programmazione.
5. Equilibri territoriali.
Non sfugge certo che il rafforzamento di competenze e risorse del regime di Roma Capitale potrà rischiare di creare una frattura tra Roma e il resto del territorio; una frattura che, durante la fase in cui la Capitale coinciderà con il Comune di Roma rischia di spezzare i vincoli dei territori più vicini al Comune e che, nel periodo della Città metropolitana Capitale, potrebbe invece rischiare di costruire una frattura addirittura con il resto della Regione Lazio.
Si tratta di rischi che non dobbiamo correre e per evitarli occorre attestare la Capitale ad una dimensione ottimale per l’esercizio delle funzioni, per l’erogazione dei servizi e per la gestione amministrativa. In questo senso, siamo convinti che per tutto il tempo in cui avremo un Comune con più competenze sarà fondamentale che la Provincia di Roma assuma il ruolo di garante dell’unità, dell’armonia e della collaborazione tra il Comune e il resto del territorio romano. Quando invece si istituirà la Città metropolitana, essa stessa, adeguatamente costruita in termini territoriali e istituzionali dovrà essere l’opportunità di tutto il Lazio per apparire sul palcoscenico del mondo.
Una grande e forte Capitale metropolitana che include i grandi assi della viabilità e una rete omogenea di servizi potrà svolgere un ruolo di costruttore di unità e integrazione territoriale proprio perché connetterà in modo istituzionale le parti – oggi diverse e distanti – di un territorio che in modo complementare costituiscono l’area romana.
La prospettiva è quella di Roma che attrae con questo modo di governo il resto del territorio laziale in un patto regionale di efficienza e innovazione e non quella di un ente forte che impone la sua presenza in un contesto di enti territoriali deboli in posizione di sudditanza.
Questo disegno di crescita, innovazione e opportunità dovrà essere l’orizzonte ambizioso dell’azione normativa del Governo al quale non devono essere chiesti decreti legislativi per porre rimedio alle emergenze (magari solo di bilancio) del presente, ma interventi di progettualità istituzionale che permetta di migliorare la vita dei cittadini.
Ben poca cosa sarebbe se l’attuazione di Roma Capitale si risolvesse nel solo conferimento al Comune di Roma di qualche nuova risorsa e di qualche nuova competenza, lasciando inalterato un impianto istituzionale che è figlio di un’epoca diversa, di una società con una economia in gran parte agricola e artigianale, poi pubblica, ma quasi sempre stabile se non statica.
Per garantire a tutto il territorio intorno alla Capitale di prendere parte a questa scommessa sarà necessario anche accrescere le competenze amministrative delle altre Province del Lazio, sia con interventi statali (un nuovo conferimento di funzoni) che con lo spostamento di molte funzioni oggi regionali agli enti locali. La Regione Lazio deve costruirsi un’identità istituzionale di legislatore e non di grande ente locale.
In questo modo, si permetterà alle altre Province, anch’esse con un rinnovato e ampliato parco di funzioni e risorse, di dialogare in una posizione non di sudditanza con Roma e di addivenire con essa alla stipula di accordi per integrare il territorio laziale.
La stessa autonomia della Regione Lazio potrà essere rafforzata con la previsione di un nuovo regime speciale (quindi con maggiori competenze legislative e un nuovo Statuto di rango costituzionale come per Sardegna, Sicilia, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia) ovvero con l’ampliamento delle forma di autonomia in alcune materie come prevedono le norme costituzionali sul federalismo differenziato (art. 116 Cost.).
In questo senso la Città metropolitana di Roma Capitale può diventare un’opportunità per tutto il tessuto delle autonomie della Regione Lazio.
Una sfida che si vincerà se Roma porterà con sé il patrimonio culturale, materiale, economico e umano dei territori e delle comunità che completano la dimensione strettamente urbana; se, quindi, essa non rimarrà chiusa nella sua dimensione minima, ma saprà presentarsi sullo scenario mondale insieme a quanto la circonda e la completa rendendola unica.
Da questo punto di vista, occorre che l’azione di un approccio nuovo rispetto anche al più recente passato, sia del PD nazionale che di quello regionale, favorendo in tutti e due i livelli di governo, statale e regionale, il riconoscimento della peculiarità romana e favorendo lo spostamento di risorse e competenze da questi livelli di governo a Roma.
6. La legge n. 42 del 2009 e l’attuazione di “Roma Capitale”.
Crediamo pertanto che si debba proseguire questa opera di modifica degli assetti istituzionali
con un approccio nuovo rispetto a quello posto in essere dall’amministrazione Alemanno che, dopo tre anni, non ha prodotto alcun miglioramento istituzionale per la Città, nessuna nuova competenza o risorsa finanziaria ma solo un formale cambiamento del nome del Comune in Roma Capitale.
Il PD dunque i impegnerà nel duplice senso di raggiungere l’attuazione della legge n. 42 del 2009 sul federalismo fiscale che contiene norme su Roma Capitale ma allo stesso tempo deve essere capace di fornire un’ulteriore strada per raggiungere il risultato di una disciplina speciale dell’autonomia di Roma che contenga prima di tutto specifiche norme economiche e finanziaria in grado di essere sostanza della peculiarità di Roma.
La nota del mattino 22 marzo 2011 - il PD pensa all'Italia e chiede chiarezza su tutti i fronti
1. LIBIA, INDIETRO TUTTA. BERLUSCONI SI NASCONDE DIETRO LA RUSSA E
FRATTINI. BOSSI FRENA. IL GOVERNO E’ ONDIVAGO. IL PD CHIEDE CHE IL
PRESIDENTE SI PRESENTI IN PARLAMENTO CON UNA LINEA CHIARA.
Indietro tutta. Dopo aver baciato la mano a Gheddafi. Dopo non averlo voluto disturbare
nemmeno con una telefonata mentre il colonnello stava bombardando il proprio popolo. Dopo
la partenza a razzo nella missione decisa dall’Onu, con il ministro La Russa che sembrava
Napoleone sul campo di battaglia, ieri una nuova giravolta. La Lega non gradisce l’impegno
italiano. Gli amici russi non gradiscono. Gheddafi è ancora lì. I francesi comandano. E allora
Berlusconi ha fatto un nuovo passo indietro e due mosse volte a coprire confusione e
indecisione: ufficialmente, il governo ha chiesto l’intervento della Nato, pena la decisione di
ritirare la disponibilità delle basi italiane. In serata, poi, il presidente del Consiglio ha lasciato
trapelare il proprio “dispiacere” per Gheddafi e la sua sorte.
Purtroppo per l’Italia, però la crisi libica non è un reality in tv. Il paese sta rischiando di perdere
la propria faccia un’altra volta. Il coinvolgimento della Nato non è così facile (la Turchia è
contraria all’intervento in Libia e il Qatar è fuori dalla Nato, tanto per fare due esempi).
Di fronte a tanta confusione, il Partito Democratico ha chiesto che il presidente del Consiglio
chiarisca in Parlamento la posizione italiana ed ha chiedere un voto. La linea del Pd è chiara.
Rudy Francesco Calvo, su Europa: “Mentre il governo oscilla
tra le posizioni interventiste del ministro La Russa e lo scetticismo della Lega, il Partito
democratico prova a tenere ferma la barra sul rispetto assoluto della risoluzione approvata
dal consiglio di sicurezza dell`Onu. La quale, ricorda Pier Luigi Bersani, «non prevede un
intervento armato per abbattere Gheddafi, ma un intervento per impedire che Gheddafi colpisca
la sua gente». È questa la posizione che i dem auspicano che sia assunta dall`Italia.
«Da lì in poi - aggiunge il segretario - ci sarà il compito della politica e della diplomazia»
per «favorire un processo pacifico di transizione e cambiamento, come è avvenuto negli altri
paesi del Nord Africa». …Il Pd chiederà oggi alla conferenza dei capigruppo di Montecitorio di
fissare un voto in aula per confermare il dispositivo già approvato dalle
commissioni esteri e difesa delle due camere la scorsa settimana, con l`assenza di Lega
e Idv. «Ci pare il minimo, visto il rilievo della vicenda», spiega Bersani”… «Mi chiedo cosa è
andato a dire Berlusconi alla conferenza di Parigi. Nessuno è contrario che si parli di Nato,
ma sono questioni complesse, bisogna trovare un momento di discussione per arrivarci».
2. LAMPEDUSA, UNA CRISI VOLUTAMENTE ABBANDONATA. DUE SETTIMANE
FA IL GOVERNO HA RIFIUTATO DI TRATTARE CON LE REGIONI.
Lampedusa è allo stremo. Il numero degli immigrati eguaglia quello dei cittadini. Ma era
ampiamente prevedibile. E il governo non ha fatto nulla. Salvo lasciar dire alla Lega, contraria
all’intervento in Libia: “Ai francesi e agli inglesi il petrolio, a noi i clandestini”. Eppure, come
ha ricordato ieri in diretta al TG1 il segretario Pier Luigi Bersani, due settimane fa il presidente
della conferenza delle regioni, Vasco Errani, ha chiesto di avviare un confronto offrendo al
governo la disponibilità delle regioni a trovare una soluzione in attesa di affrontare con
l’Unione europea il problema dell’immigrazione. Il governo se ne è ricordato solo ora.
I problemi dell’emergenza ma anche il problema strutturale dell’immigrazione, le norme, le
pratiche migliori, saranno al centro della conferenza nazionale del Pd sull’immigrazione che si
svolgerà questo fine settimana a Roma.
3. PRESCRIZIONE BREVE, CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE E RIMPASTO: AVANTI
TUTTA, IN QUESTI CASI IL GOVERNO NON HA INDECISIONI.
Fuori dal cono di luce dell’intervento in Libia, il governo e la maggioranza stanno mostrando
tutt’altra decisione su temi molto diversi. Tra oggi e domani si procederà a passo di carica alla
Camera per arrivare a votare in aula sulla richiesta di sollevare il conflitto di attribuzione nel
processo per concussione e prostituzione minorile aperto a Milano contro il presidente del
Consiglio, Silvio Berlusconi. Conflitto di attribuzione significa chiedere che Berlusconi sia
processato dal Tribunale dei ministri perché – questa è ormai l’incredibile versione ufficiale -
quando telefonò alla Questura di Milano per la giovane Ruby credeva davvero che fosse la
nipote del premier egiziano Mubarack e quindi intervenne in qualità di uomo di governo per
evitare pasticci diplomatici. Nello stesso tempo, si procede a tempo di record anche per
approvare le normette sulla prescrizione breve per gli incensurati nell’ambito del
provvedimento relativo al processo breve (una legge cucita su misura per Berlusconi). E si sta
lavorando anche alacremente al rimpasto di governo per dare soddisfazione ai parlamentari
arruolati per allargare la maggioranza.
La riforma epocale della giustizia è rimasta lettera morta. La promessa e le rodomontate di
Berlusconi sulla costante presenza ai processi sono rimaste solo un filmato utile per i tg. E,
come si prevedeva, tutti gli sforzi sono ora concentrati sul vero e unico interesse della
maggioranza: la fuga del premier dai tribunali di Milano e la sopravvivenza al potere. Ieri, per
esempio, gli unici ad essere presenti all’udienza per il processo Mills, dove Berlusconi è
accusato di corruzione (Mills, il co-imputato è già stato condannato come corrotto) erano alcuni
fans del Cavaliere. Paolo Colonnello, La Stampa: “Pensionati, disoccupati e qualche giovane,
perfino un extracomunitario, tutti con un fiocco azzurro al petto, «simbolo di libertà». Ma
forse non tutti così militanti, visto che fotografi e cameramen giurano di aver
riconosciuto alcuni figuranti dei programmi televisivi Mediaset e dato che qualche giovane si è
lasciato candidamente scappare di aver guadagnato, per la presenza un po` scalmanata a palazzo
di giustizia «20 euro e un panino, ma non si può dire». Vocianti e plaudenti, al grido di «Silvio
è bravo, Silvio è unico» i supporter hanno regalato delle vere ovazioni ai difensori del
Cavaliere, Piero Longo e Niccolò Ghedini….”
Sempre ieri si è tornati a parlare di rimpasto di governo. Berlusconi ha fretta. Anche perché
tutto il castello di carte che sta costruendo rischia di franare. Ugo Magri, La Stampa. “I riflettori
sono giustamente puntati sull`aula di piano terra, al Tribunale di Milano, dove si celebra il
processo Mills. L`interrogativo è il solito: arriverà la condanna del Cavaliere prima che il
reato venga prescritto? L`attenzione dei politici, invece, è concentrata mille chilometri più a
Sud, precisamente sul secondo piano del nuovo Palazzo di giustizia a Palermo. Perché, in attesa
di sapere come finirà la corsa contro il tempo a Milano, è qui, nella stanzetta abitata dal Gip
Castiglia, che si decidono forse i destini del governo. Rimbalza la voce a Montecitorio che
questo magistrato riservatissimo, ombroso, abbia negato l`archiviazione su due piedi di
un`inchiesta con risvolti di mafia a carico dell`on. Romano, per gli amici Saverio, già
esponente Udc in Sicilia, oggi a capo di un partitino
con 5 deputati denominato Pid (Popolari di Italia domani). Romano tiene in vita il «Berlusconi
quater» poiché la maggioranza alla Camera con cinque voti in meno si
squaglia. Da benefattore del premier, si attende un riconoscimento adeguato, vale a dire
un ministero coi fiocchi. A disposizione Silvio ne ha tre: le Politiche comunitarie, senza
portafoglio; i Beni Culturali, fonte di tali rogne da far dimettere Bondi; l`Agricoltura, che
significa denari a pioggia. Romano punta sull`Agricoltura. Però tutto ora, a causa del Gip,
rischia di andare a monte: il ministero e magari il governo. Dieci giorni fa Romano aveva
dato l`archiviazione per fatta, avendola sollecitata i pm. Però il giudice vuole vederci
più chiaro, tiene aperto il dossier, un`udienza è fissata per il primo aprile. Dunque la
politica romana s`interroga su cosa potrà accadere ora. In particolare si chiede se Berlusconi
tornerà ugualmente alla carica col presidente Napolitano per far ministro Romano. E se
riuscirà a strappare la nomina entro giovedì: termine ultimo, perché il Capo dello Stato poi
partirà per l`America. In questo caso se ne riparlerebbe proprio nei giorni dell` udienza davanti
al Gip. E ad aprile nuovi guai si annunciano per Romano. In quei giorni verranno depositate le
motivazioni della sentenza Cuffaro (condannato a 7 anni) che di Romano fu il referente.
Nessuno resterebbe sorpreso se l`aspirante ministro vi fosse citato in lungo e in largo: e
figurarsi Napolitano quanto sarebbe contento di mettere la controfirma sotto il suo decreto
di nomina….”.
4. MENTRE IL GOVERNO PENSA AL SALVA SILVIO, IL PARTITO DEMOCRATICO
PENSA ALL’ITALIA: PRESENTATO E APPREZZATO DALLE PARTI SOCIALI IL
PROGRAMMA DI RIFORME PER RILANCIARE IL PAESE.
Ieri pomeriggio, a Roma, mentre il governo andava in panne sulla Libia, e mentre avvocati e
parlamentari del Pdl si affrettavano a trovare soluzioni per i guai giudiziari del premier, il
Partito Democratico ha organizzato gli stati generali dell’economia, presentando a imprenditori
(Confindustria, Confcommercio, Confesercenti, Coinfartigianato, Cna, Casartigiani, Legacoop,
Confcooperative, Abi) e sindacati (Cgil, Cisl, Uil, Ugl) il piano nazionale delle riforme
preparato in accordo con gli altri partiti progressisti europei da un gruppo di giovani economisti
guidati dal responsabile economico del Pd, Stefano Fassina, sulla base delle proposte messe a
punto ed approvate dalle tre assemblee nazionali del Pd svoltesi a Roma, Varese e ancora a
Roma.
La delegazione del Pd era guidata dal segretario Bersani, dal presidente Rosy Bindi, dal
vicesegreterio Enrico Letta e dallo stesso Fassina. Roberto Petrini, La Repubblica: “Nessuna
patrimoniale, invece un piano di razionalizzazione delle tasse guidato dal criterio del 20 per
cento: in pratica la prima aliquota Irpef scenderà di tre punti dall`attuale 23 per cento, lo stesso
faranno le rendite finanziarie che si porteranno dal 12,5 al 20 per cento (tranne i titoli di Stato).
Novità anche per le imprese: eliminazione graduale dell`Irap sul costo del lavoro e detassazione
del reddito reinvestito nella propria azienda. Sono queste le misure di maggiore impatto -
insieme al bonus figli sotto i tre annidi 3.000 euro - contenute nel «progetto alternativo per la
crescita» presentato dal Pd: novantadue pagine che vanno lette anche come un contributo al
«Programma nazionale di riforme» che l`Italia dovrà presentare in aprile alla Commissione
europea. Il documento è stato illustrato ieri dal segretario Bersani a Confindustria e sindacati. Il
rapporto del Pd, elaborato da un folto gruppo di economisti
ed intellettuali, ha tuttavia una dimensione e ambizioni ben più ampie. «Il campo semantico
del sostantivo "crisi" è diventato troppo stretto per cogliere il passaggio di fase», ha
spiegato il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina. E l`analisi contenuta nel
documento che arriva dopo la lunga recessione innescata dal crack dei mutui subprime Usa e
dalle crisi irlandese e greca, allarga lo sguardo oltre i confini nazionali. L`indice viene puntato
sulle grandi diseguaglianze nella distribuzione del reddito considerate le principali
responsabili della caduta della domanda. Come far fronte alla situazione? Il documento del Pd
spiega che l`Europa deve dotarsi di un «motore autonomo» per stimolare la domanda:
dall`Agenzia europea per il debito, ad un piano continentale per l`ambiente e l`innovazione
alimentato anche dalla Financial Transaction Tax (imposta sulle transazioni finanziarie).
Ma soprattutto si affronta il problema dei paesi che esportano troppo e importano poco (leggi:
Germania) perché hanno una dinamica dei consumi troppo bassa e rischiano di strozzare paesi
come la Grecia o il Portogallo costretti ad indebitarsi per tenere il passo. La proposta è di creare
uno «standard retributivo» europeo che faccia crescere le retribuzioni reali in linea con la
produttività. Tornando alle ricette indirizzate a casa nostra, il problema
resta quello del debito pubblico e il Pd guarda alla crescita come principale antidoto. Con
misure concrete che innalzino il tasso di occupazione femminile (3 milioni di donne occupate in
più in un decennio) e riposizionino la specializzazione produttiva dell`Italia: rispetto
all`andazzo di oggi il Pil potrebbe crescere strutturalmente dimezzo punto
in più all`anno. Tutto accompagnato dalla tradizionale severità nella gestione delle casse
dello Stato: razionalizzazione di ministeri e province e centralizzazione degli acquisti”.
Al di là delle spiegazioni contenute nei quotidiani (numerosi gli articoli che parlano
dell’incontro di ieri, mettendo in luce diversi aspetti del programma, come fa per esempio il
Foglio con le liberalizzazioni o il conflitto di interesse, l’Unità con la lotta all’evasione
fiscale…) il progetto alternativo per la crescita diventerà da subito lo strumento con il quale
sfidare il governo ad un confronto sui contenuti. “ Noi invitiamo il governo a confrontarsi in
parlamento sulle proposte concrete” ha detto Bersani al termine dell’incontro.
5. NUCLEARE, ANCHE L’EUROPA FARA’ LO STRESS TEST ALLE CENTRALI.
Il Messaggero: “Entro il 2011 l`Unione europea verificherà lo stato di sicurezza delle sue
143 centrali nucleari attraverso degli stress test condotti dagli Stati membri seguendo i criteri
che verranno messi a punto nei prossimi mesi dai tecnici dei Ventisette Paesi, della
Commissione e dell`Ensreg, l`Agenzia europea per la sicurezza nucleare. E` quanto hanno
deciso i ministri responsabili dell`Energia, riuniti ieri a Bruxelles perla seconda volta in una
settimana per fare il punto sulla situazione in Europa alla luce dei danni causati dal terremoto e
dallo tsunami alla centrale di Fukushima, in Giappone”.
FRATTINI. BOSSI FRENA. IL GOVERNO E’ ONDIVAGO. IL PD CHIEDE CHE IL
PRESIDENTE SI PRESENTI IN PARLAMENTO CON UNA LINEA CHIARA.
Indietro tutta. Dopo aver baciato la mano a Gheddafi. Dopo non averlo voluto disturbare
nemmeno con una telefonata mentre il colonnello stava bombardando il proprio popolo. Dopo
la partenza a razzo nella missione decisa dall’Onu, con il ministro La Russa che sembrava
Napoleone sul campo di battaglia, ieri una nuova giravolta. La Lega non gradisce l’impegno
italiano. Gli amici russi non gradiscono. Gheddafi è ancora lì. I francesi comandano. E allora
Berlusconi ha fatto un nuovo passo indietro e due mosse volte a coprire confusione e
indecisione: ufficialmente, il governo ha chiesto l’intervento della Nato, pena la decisione di
ritirare la disponibilità delle basi italiane. In serata, poi, il presidente del Consiglio ha lasciato
trapelare il proprio “dispiacere” per Gheddafi e la sua sorte.
Purtroppo per l’Italia, però la crisi libica non è un reality in tv. Il paese sta rischiando di perdere
la propria faccia un’altra volta. Il coinvolgimento della Nato non è così facile (la Turchia è
contraria all’intervento in Libia e il Qatar è fuori dalla Nato, tanto per fare due esempi).
Di fronte a tanta confusione, il Partito Democratico ha chiesto che il presidente del Consiglio
chiarisca in Parlamento la posizione italiana ed ha chiedere un voto. La linea del Pd è chiara.
Rudy Francesco Calvo, su Europa: “Mentre il governo oscilla
tra le posizioni interventiste del ministro La Russa e lo scetticismo della Lega, il Partito
democratico prova a tenere ferma la barra sul rispetto assoluto della risoluzione approvata
dal consiglio di sicurezza dell`Onu. La quale, ricorda Pier Luigi Bersani, «non prevede un
intervento armato per abbattere Gheddafi, ma un intervento per impedire che Gheddafi colpisca
la sua gente». È questa la posizione che i dem auspicano che sia assunta dall`Italia.
«Da lì in poi - aggiunge il segretario - ci sarà il compito della politica e della diplomazia»
per «favorire un processo pacifico di transizione e cambiamento, come è avvenuto negli altri
paesi del Nord Africa». …Il Pd chiederà oggi alla conferenza dei capigruppo di Montecitorio di
fissare un voto in aula per confermare il dispositivo già approvato dalle
commissioni esteri e difesa delle due camere la scorsa settimana, con l`assenza di Lega
e Idv. «Ci pare il minimo, visto il rilievo della vicenda», spiega Bersani”… «Mi chiedo cosa è
andato a dire Berlusconi alla conferenza di Parigi. Nessuno è contrario che si parli di Nato,
ma sono questioni complesse, bisogna trovare un momento di discussione per arrivarci».
2. LAMPEDUSA, UNA CRISI VOLUTAMENTE ABBANDONATA. DUE SETTIMANE
FA IL GOVERNO HA RIFIUTATO DI TRATTARE CON LE REGIONI.
Lampedusa è allo stremo. Il numero degli immigrati eguaglia quello dei cittadini. Ma era
ampiamente prevedibile. E il governo non ha fatto nulla. Salvo lasciar dire alla Lega, contraria
all’intervento in Libia: “Ai francesi e agli inglesi il petrolio, a noi i clandestini”. Eppure, come
ha ricordato ieri in diretta al TG1 il segretario Pier Luigi Bersani, due settimane fa il presidente
della conferenza delle regioni, Vasco Errani, ha chiesto di avviare un confronto offrendo al
governo la disponibilità delle regioni a trovare una soluzione in attesa di affrontare con
l’Unione europea il problema dell’immigrazione. Il governo se ne è ricordato solo ora.
I problemi dell’emergenza ma anche il problema strutturale dell’immigrazione, le norme, le
pratiche migliori, saranno al centro della conferenza nazionale del Pd sull’immigrazione che si
svolgerà questo fine settimana a Roma.
3. PRESCRIZIONE BREVE, CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE E RIMPASTO: AVANTI
TUTTA, IN QUESTI CASI IL GOVERNO NON HA INDECISIONI.
Fuori dal cono di luce dell’intervento in Libia, il governo e la maggioranza stanno mostrando
tutt’altra decisione su temi molto diversi. Tra oggi e domani si procederà a passo di carica alla
Camera per arrivare a votare in aula sulla richiesta di sollevare il conflitto di attribuzione nel
processo per concussione e prostituzione minorile aperto a Milano contro il presidente del
Consiglio, Silvio Berlusconi. Conflitto di attribuzione significa chiedere che Berlusconi sia
processato dal Tribunale dei ministri perché – questa è ormai l’incredibile versione ufficiale -
quando telefonò alla Questura di Milano per la giovane Ruby credeva davvero che fosse la
nipote del premier egiziano Mubarack e quindi intervenne in qualità di uomo di governo per
evitare pasticci diplomatici. Nello stesso tempo, si procede a tempo di record anche per
approvare le normette sulla prescrizione breve per gli incensurati nell’ambito del
provvedimento relativo al processo breve (una legge cucita su misura per Berlusconi). E si sta
lavorando anche alacremente al rimpasto di governo per dare soddisfazione ai parlamentari
arruolati per allargare la maggioranza.
La riforma epocale della giustizia è rimasta lettera morta. La promessa e le rodomontate di
Berlusconi sulla costante presenza ai processi sono rimaste solo un filmato utile per i tg. E,
come si prevedeva, tutti gli sforzi sono ora concentrati sul vero e unico interesse della
maggioranza: la fuga del premier dai tribunali di Milano e la sopravvivenza al potere. Ieri, per
esempio, gli unici ad essere presenti all’udienza per il processo Mills, dove Berlusconi è
accusato di corruzione (Mills, il co-imputato è già stato condannato come corrotto) erano alcuni
fans del Cavaliere. Paolo Colonnello, La Stampa: “Pensionati, disoccupati e qualche giovane,
perfino un extracomunitario, tutti con un fiocco azzurro al petto, «simbolo di libertà». Ma
forse non tutti così militanti, visto che fotografi e cameramen giurano di aver
riconosciuto alcuni figuranti dei programmi televisivi Mediaset e dato che qualche giovane si è
lasciato candidamente scappare di aver guadagnato, per la presenza un po` scalmanata a palazzo
di giustizia «20 euro e un panino, ma non si può dire». Vocianti e plaudenti, al grido di «Silvio
è bravo, Silvio è unico» i supporter hanno regalato delle vere ovazioni ai difensori del
Cavaliere, Piero Longo e Niccolò Ghedini….”
Sempre ieri si è tornati a parlare di rimpasto di governo. Berlusconi ha fretta. Anche perché
tutto il castello di carte che sta costruendo rischia di franare. Ugo Magri, La Stampa. “I riflettori
sono giustamente puntati sull`aula di piano terra, al Tribunale di Milano, dove si celebra il
processo Mills. L`interrogativo è il solito: arriverà la condanna del Cavaliere prima che il
reato venga prescritto? L`attenzione dei politici, invece, è concentrata mille chilometri più a
Sud, precisamente sul secondo piano del nuovo Palazzo di giustizia a Palermo. Perché, in attesa
di sapere come finirà la corsa contro il tempo a Milano, è qui, nella stanzetta abitata dal Gip
Castiglia, che si decidono forse i destini del governo. Rimbalza la voce a Montecitorio che
questo magistrato riservatissimo, ombroso, abbia negato l`archiviazione su due piedi di
un`inchiesta con risvolti di mafia a carico dell`on. Romano, per gli amici Saverio, già
esponente Udc in Sicilia, oggi a capo di un partitino
con 5 deputati denominato Pid (Popolari di Italia domani). Romano tiene in vita il «Berlusconi
quater» poiché la maggioranza alla Camera con cinque voti in meno si
squaglia. Da benefattore del premier, si attende un riconoscimento adeguato, vale a dire
un ministero coi fiocchi. A disposizione Silvio ne ha tre: le Politiche comunitarie, senza
portafoglio; i Beni Culturali, fonte di tali rogne da far dimettere Bondi; l`Agricoltura, che
significa denari a pioggia. Romano punta sull`Agricoltura. Però tutto ora, a causa del Gip,
rischia di andare a monte: il ministero e magari il governo. Dieci giorni fa Romano aveva
dato l`archiviazione per fatta, avendola sollecitata i pm. Però il giudice vuole vederci
più chiaro, tiene aperto il dossier, un`udienza è fissata per il primo aprile. Dunque la
politica romana s`interroga su cosa potrà accadere ora. In particolare si chiede se Berlusconi
tornerà ugualmente alla carica col presidente Napolitano per far ministro Romano. E se
riuscirà a strappare la nomina entro giovedì: termine ultimo, perché il Capo dello Stato poi
partirà per l`America. In questo caso se ne riparlerebbe proprio nei giorni dell` udienza davanti
al Gip. E ad aprile nuovi guai si annunciano per Romano. In quei giorni verranno depositate le
motivazioni della sentenza Cuffaro (condannato a 7 anni) che di Romano fu il referente.
Nessuno resterebbe sorpreso se l`aspirante ministro vi fosse citato in lungo e in largo: e
figurarsi Napolitano quanto sarebbe contento di mettere la controfirma sotto il suo decreto
di nomina….”.
4. MENTRE IL GOVERNO PENSA AL SALVA SILVIO, IL PARTITO DEMOCRATICO
PENSA ALL’ITALIA: PRESENTATO E APPREZZATO DALLE PARTI SOCIALI IL
PROGRAMMA DI RIFORME PER RILANCIARE IL PAESE.
Ieri pomeriggio, a Roma, mentre il governo andava in panne sulla Libia, e mentre avvocati e
parlamentari del Pdl si affrettavano a trovare soluzioni per i guai giudiziari del premier, il
Partito Democratico ha organizzato gli stati generali dell’economia, presentando a imprenditori
(Confindustria, Confcommercio, Confesercenti, Coinfartigianato, Cna, Casartigiani, Legacoop,
Confcooperative, Abi) e sindacati (Cgil, Cisl, Uil, Ugl) il piano nazionale delle riforme
preparato in accordo con gli altri partiti progressisti europei da un gruppo di giovani economisti
guidati dal responsabile economico del Pd, Stefano Fassina, sulla base delle proposte messe a
punto ed approvate dalle tre assemblee nazionali del Pd svoltesi a Roma, Varese e ancora a
Roma.
La delegazione del Pd era guidata dal segretario Bersani, dal presidente Rosy Bindi, dal
vicesegreterio Enrico Letta e dallo stesso Fassina. Roberto Petrini, La Repubblica: “Nessuna
patrimoniale, invece un piano di razionalizzazione delle tasse guidato dal criterio del 20 per
cento: in pratica la prima aliquota Irpef scenderà di tre punti dall`attuale 23 per cento, lo stesso
faranno le rendite finanziarie che si porteranno dal 12,5 al 20 per cento (tranne i titoli di Stato).
Novità anche per le imprese: eliminazione graduale dell`Irap sul costo del lavoro e detassazione
del reddito reinvestito nella propria azienda. Sono queste le misure di maggiore impatto -
insieme al bonus figli sotto i tre annidi 3.000 euro - contenute nel «progetto alternativo per la
crescita» presentato dal Pd: novantadue pagine che vanno lette anche come un contributo al
«Programma nazionale di riforme» che l`Italia dovrà presentare in aprile alla Commissione
europea. Il documento è stato illustrato ieri dal segretario Bersani a Confindustria e sindacati. Il
rapporto del Pd, elaborato da un folto gruppo di economisti
ed intellettuali, ha tuttavia una dimensione e ambizioni ben più ampie. «Il campo semantico
del sostantivo "crisi" è diventato troppo stretto per cogliere il passaggio di fase», ha
spiegato il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina. E l`analisi contenuta nel
documento che arriva dopo la lunga recessione innescata dal crack dei mutui subprime Usa e
dalle crisi irlandese e greca, allarga lo sguardo oltre i confini nazionali. L`indice viene puntato
sulle grandi diseguaglianze nella distribuzione del reddito considerate le principali
responsabili della caduta della domanda. Come far fronte alla situazione? Il documento del Pd
spiega che l`Europa deve dotarsi di un «motore autonomo» per stimolare la domanda:
dall`Agenzia europea per il debito, ad un piano continentale per l`ambiente e l`innovazione
alimentato anche dalla Financial Transaction Tax (imposta sulle transazioni finanziarie).
Ma soprattutto si affronta il problema dei paesi che esportano troppo e importano poco (leggi:
Germania) perché hanno una dinamica dei consumi troppo bassa e rischiano di strozzare paesi
come la Grecia o il Portogallo costretti ad indebitarsi per tenere il passo. La proposta è di creare
uno «standard retributivo» europeo che faccia crescere le retribuzioni reali in linea con la
produttività. Tornando alle ricette indirizzate a casa nostra, il problema
resta quello del debito pubblico e il Pd guarda alla crescita come principale antidoto. Con
misure concrete che innalzino il tasso di occupazione femminile (3 milioni di donne occupate in
più in un decennio) e riposizionino la specializzazione produttiva dell`Italia: rispetto
all`andazzo di oggi il Pil potrebbe crescere strutturalmente dimezzo punto
in più all`anno. Tutto accompagnato dalla tradizionale severità nella gestione delle casse
dello Stato: razionalizzazione di ministeri e province e centralizzazione degli acquisti”.
Al di là delle spiegazioni contenute nei quotidiani (numerosi gli articoli che parlano
dell’incontro di ieri, mettendo in luce diversi aspetti del programma, come fa per esempio il
Foglio con le liberalizzazioni o il conflitto di interesse, l’Unità con la lotta all’evasione
fiscale…) il progetto alternativo per la crescita diventerà da subito lo strumento con il quale
sfidare il governo ad un confronto sui contenuti. “ Noi invitiamo il governo a confrontarsi in
parlamento sulle proposte concrete” ha detto Bersani al termine dell’incontro.
5. NUCLEARE, ANCHE L’EUROPA FARA’ LO STRESS TEST ALLE CENTRALI.
Il Messaggero: “Entro il 2011 l`Unione europea verificherà lo stato di sicurezza delle sue
143 centrali nucleari attraverso degli stress test condotti dagli Stati membri seguendo i criteri
che verranno messi a punto nei prossimi mesi dai tecnici dei Ventisette Paesi, della
Commissione e dell`Ensreg, l`Agenzia europea per la sicurezza nucleare. E` quanto hanno
deciso i ministri responsabili dell`Energia, riuniti ieri a Bruxelles perla seconda volta in una
settimana per fare il punto sulla situazione in Europa alla luce dei danni causati dal terremoto e
dallo tsunami alla centrale di Fukushima, in Giappone”.
La nota del mattino 21 marzo 2011 - Libia e nucleare in primo piano
1. LIBIA. L’INTERVENTO PER EVITARE IL MASSACRO DEI CIVILI. LA POLITICA E LE SCELTE. LA POSIZIONE DEL PD.
L’intervento in Libia per fermare il massacro dei civili, sotto l’egida dell’Onu, ha costretto tutti a prendere posizione anche in Italia, dove il governo ha dimostrato di non essere in grado di avere una posizione equilibrata e costante: ora si è messo a rincorrere la Francia per non perdere posizione in vista degli assetti futuri del Nord Africa, dopo aver tentennato a lungo tra condanna e sostegno a Gheddafi (il colonnello a cui Berlusconi ha baciato le mani).
La Lega ha reso esplicito il suo dissenso rispetto alle decisioni del governo attraverso le dichiarazioni del ministro Roberto Calderoli, tutte incentrate (anche in vista delle elezioni di maggio) sul tema del “no agli immigrati”. «Avrei preferito una maggior cautela e una posizione simile a quella tedesca considerando la vicinanza che abbiamo con la Libia e le possibili conseguenze di invasione di profughi e di ritorsioni terroristiche». La Lega ha avanzato con Calderoli due richieste: tutte le nazioni della Coalizione siano disposte a «prendere una quota dei profughi in proporzione alla propria popolazione residente»; «…il blocco navale sia utilizzato per impedire esodi di massa verso il nostro Paese, in particolare verso Lampedusa e la Sicilia».
La Chiesa si è schierata di fatto a sostegno dell’intervento. Il Vaticano e la Cei, ha detto il cardinale Bagnasco, sono per un intervento «prudente e corretto» quanto rapido. L`Avvenire e la Radio Vaticana si sono dichiarati a favore dell`azione. Un po’ di fermento tuttavia c’è nel mondo cattolico su questo intervento. Enrico Gasbarra, parlamentare Pd, ha chiesto libertà di coscienza sul voto.
Nichi Vendola (sempre attento anche allo scenario interno e al posizionamento tattico nel centrosinistra), dopo le prime aperture, ha scelto una posizione simile a quella della Lega. «La risoluzione dell`Onu contiene vari ingredienti e poteva essere letta in molti modi. Si è scelta la strada più rischiosa riproducendo il ciclo paradossale di impedire il massacro di civili attraverso massacri di civili».
Responsabile e non ondivaga la posizione del Partito Democratico. Il Pd confermerà in Parlamento il sostegno alla risoluzione Onu sulla crisi libica ma chiederà al governo sia di superare le ambiguità incarnate in questi giorni dalla Lega che di mettere da parte dichiarazioni bellicose, come quelle del ministro della Difesa Ignazio La Russa. Stamattina ci sarà un Consiglio dei ministri straordinario. E’ probabile che già mercoledì mattina si voti in aula alla Camera una risoluzione che dovrebbe ricalcare il documento approvato la scorsa settimana dalle commissioni Esteri e Difesa con i voti di Pdl, Pd e Terzo polo. Il segretario del partito, Pier Luigi Bersani, ha confermato ieri che il Pd «è pronto a sostenere un ruolo attivo dell`Italia in Libia», dove è in corso un intervento «necessario e legale»: «Necessario – ha spiegato in un`intervista a Rainews24 - per impedire un massacro dei civili; legale perché avviene in seguito alle deliberazioni dell`Onu e dell`accordo tra Unione europea e Lega araba». Di fronte alle dichiarazioni guerriere di La Russa e neutraliste della Lega, Bersani ha detto che sarebbe meglio che i diversi ministri «stessero zitti e il governo parlasse con voce univoca in Parlamento per definire meglio il nostro profilo in questa vicenda». In una situazione così delicata «ci vuole grande fermezza, grande concerto e grande condivisione, prima di tutto nella maggioranza, e auspicabilmente anche del dialogo con l`opposizione».
Per l’Udc, Rocco Buttiglione è stato chiaro: «L`esecutivo si dimetta se non voteranno Lega e Responsabili».
I beni libici (partecipazioni societarie e altro) congelati in Italia hanno un valore di circa 7 miliardi di euro (notizia riportata oggi da diversi quotidiani).
Le ragioni che hanno spinto Barack Obama a intervenire in Libia. Lucia Annunziata su La Stampa sostiene che questa scelta è volta ad aprire le porte dell’Africa agli Usa.
2. NUCLEARE. RISCHI&PROFITTI, L’ESEMPIO DEL GIAPPONE. IL CAMBIO DI PASSO, L’ESEMPIO DELLA GERMANIA.
A parte terremoto e tsunami in questi giorni sono emerse gravi responsabilità e inadempienze della società che gestisce gli impianti nucleari di Fukushima in Giappone. Dieci giorni prima del terremoto la Tepco aveva ammesso di non avere fatto le ispezioni dovute in 33 parti della centrale e che il pannello di controllo sulla temperatura all`interno dei reattori non era stato "revisionato" negli ultimi undici anni. Ieri il presidente della Tepco ha fatto pubblica ammenda. E’ l’ennesima dimostrazione che il profitto e il conto economico non garantiscono di per sé efficienza, professionalità e sicurezza, come vorrebbero far credere i cantori del liberismo.
La Germania conservatrice di Angela Merkel è decisa ad accelerare l`addio al nucleare. Lo ha detto alla Frankfurter Allgemeine Zeitung il ministro dell`Ambiente, Norbert Roettgen, sottolineando che i «rischi residui dell`atomo» sono troppi. Secondo anticipazioni del quotidiano filogovernativo Die Welt, in maggio, seppur per revisioni, verifiche e controlli provvisori, si creerà una situazione per la quale dei 17 reattori nucleari tedeschi solo 4 saranno in servizio. Il che vorrà dire che temporaneamente, come in una simulazione di emergenza decisa per abituarsi al futuro, la più grossa e competitiva economia della Unione europea e quarta economia mondiale fermerà il 75 per cento della capacità nucleare. «Possiamo dire addio all`atomo più velocemente di quanto previsto finora, la situazione dopo il dramma giapponese è una cesura, una svolta senza ritorno», ha detto Roettgen. La grande prova d`addio all`atomo, nel paese locomotiva dell`economia Ue, arriverà tra due mesi.
3. ECONOMIA. IL PD PRESENTA OGGI A IMPRENDITORI, BANCHIERI E SINDACATI IL PROPRIO PIANO NAZIONALE DELLE RIFORME PER L’EUROPA E PER L’ITALIA (QUELLO DEL GOVERNO DOV’E’?).
Oggi pomeriggio una delegazione del Partito democratico, guidata dal segretario Pier Luigi Bersani, incontrerà le delegazioni degli imprenditori (Confindustria, Rete imprese e cioè Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Cna, Casartigiani), dei banchieri (Abi), dei sindacati (Cgil, Cisl, Uil, Ugl). Sono di fatto gli stati generali dell’economia convocati dal Partito democratico (dato che il governo non lo fa).
A imprenditori e sindacati il Pd presenterà il Piano nazionale delle riforme messo a punto con le proposte approvate nelle tre assemblee nazionali del Pd, con le riflessioni di un gruppo di giovani economisti e con l’apporto di diversi centri di studio e ricerca. Nelle 80 pagine del documento (alla faccia di chi continua a chiedere: dove sono le proposte del Pd?) vi sono le proposte per una politica economica europea concordata anche con gli altri partiti progressisti dell’Ue e le proposte per una politica economica e industriale nazionale capace di mettere l’Italia sulla strada della riscossa. E’ un progetto alternativo a quello della destra sia sul piano europeo, sia sul piano nazionale.
4. GIUSTIZIA. LA DESTRA SFRUTTA IL CLAMORE DELLE ARMI PER COPRIRE IL LAVORIO VOLTO A SALVARE BERLUSCONI DAI PROCESSI.
Settimana decisiva per la giustizia. Coperta dal clamore delle armi in Libia, la destra cercherà questa settimana di forzare sulla prescrizione breve all’interno del provvedimento sul processo breve (che servirà a salvare Berlusconi dai processi Mills, di cui oggi si svolge udienza senza premier a Milano, e Mediaset) e di forzare anche sul tema del conflitto di attribuzione per evitare che Berlusconi debba andare di fronte al Tribunale dei ministri e non ai magistrati di Milano a rispondere per i reati di concussione e prostituzione minorile. La Repubblica: “Il blitz dei berlusconiani, seguirà la spinta imposta nella giunta per le autorizzazioni, dove tra domani e mercoledì la maggioranza già si aspetta di chiudere il dibattito, dopo la frettolosa audizione di un gruppo di costituzionalisti. Seguirà a ruota la giunta per il regolamento, presieduta da Gianfranco Fini, in cui sarà affrontato lo scoglio dell`invio in aula di una richiesta di conflitto sulla quale potrebbe anche non esserci parere unanime nell`ufficio di presidenza”. ..”alla maggioranza preme bruciare i tempi. Per il conflitto come per la prescrizione breve. Per un caso le due questioni marciano assieme. Perché giunta e commissione Giustizia, dove da domani parte il voto sugli emendamenti con la nuova norma "salva Silvio", si svolgeranno l`una a ridosso dell`altra. Pure con qualche difficoltà, visto che più d`un componente della giunta fa parte anche della commissione. Ma anche il processo breve va chiuso, perché va in aula il 28 per la discussione generale e subito dopo per il voto. Così Berlusconi potrà chiudere il caso Mills”.
5. EFFETTO TREMONTI. DOPO I TAGLI CIECHI DEL GOVERNO, COMUNI, PROVINCE E REGIONI NON PAGANO LE IMPRESE. 7 MILIARDI IN MENO.
I tagli ciechi dei trasferimenti a comuni, province e regioni hanno prodotto gli effetti che il centrosinistra denuncia da tempo. Tra questi effetti c’è il ritardato (quando non mancato) pagamento dei servizi e dei beni acquistati dalle imprese. Il Sole 24 Ore: “Tre miliardi in meno dai comuni, 500 milioni dalle province e 3,3 miliardi dalle regioni. È il consuntivo dei pagamenti ricevuti nel 2010 dalle imprese, soprattutto piccole e medie, che lavorano con le pubbliche amministrazioni territoriali, messo a confronto con i livelli dell`anno prima. Una bordata sui sistemi economici locali, che senza una (improbabile) inversione di rotta rischia di ripresentarsi quest`anno in forma ancora più secca. A certificare le fatture che sono mancate all`appello è il monitoraggio dei pagamenti pubblici del ministero dell`Economia”.
6. EFFETTO SACCONI. LAVORO A TERMINE PER TRE ASSUNTI SU QUATTRO.
Il Sole 24 Ore: “I tre quarti dei rapporti di lavoro accesi negli ultimi due anni è fatto da contratti temporanei nelle diverse forme... Le formule sono tra le più diverse: nel lavoro dipendente ci sono il lavoro a termine, la somministrazione (ex interinale), l`apprendistato; nel lavoro autonomo i contratti di collaborazione (cococo, contratti a progetto). E` ciò che emerge dalle comunicazioni obbligatorie tra il 2009 e il 2010: oltre 15 milioni di rapporti di lavoro tra primo impiego e cambio di lavoro”.
7. ASSESTAMENTO E TENSIONI AI PIANI ALTI DELLA FINANZA ITALIANA.
Oggi si riunisce il Consiglio di amministrazione di Rcs, casa editrice, tra l’altro, del Corriere della Sera. In quella sede potrebbero riaprirsi le ostilità tra il patron della Tod’s Diego della Valle e il presidente delle Generali, Cesare Geronzi.
Tra oggi e domani, Unicredit potrebbe decidere definitivamente di intervenire a sostegno del gruppo finanziario e assicurativo (il secondo in Italia con Milano e Fondiaria) della famiglia Ligresti. Alla fine di questo intervento l’Unicredit avrebbe il 7 per cento del gruppo assicurativo. E questo rappresenta un altro tassello del riassetto di potere ai piani alti della finanza italiana: attraverso Ligresti (che ha il quattro e rotti per cento di Mediobanca), l’Unicredit diventerebbe ancora più forte nell’azionariato di Mediobanca, che a sua volta è azionista di riferimento delle Generali.
L’intervento in Libia per fermare il massacro dei civili, sotto l’egida dell’Onu, ha costretto tutti a prendere posizione anche in Italia, dove il governo ha dimostrato di non essere in grado di avere una posizione equilibrata e costante: ora si è messo a rincorrere la Francia per non perdere posizione in vista degli assetti futuri del Nord Africa, dopo aver tentennato a lungo tra condanna e sostegno a Gheddafi (il colonnello a cui Berlusconi ha baciato le mani).
La Lega ha reso esplicito il suo dissenso rispetto alle decisioni del governo attraverso le dichiarazioni del ministro Roberto Calderoli, tutte incentrate (anche in vista delle elezioni di maggio) sul tema del “no agli immigrati”. «Avrei preferito una maggior cautela e una posizione simile a quella tedesca considerando la vicinanza che abbiamo con la Libia e le possibili conseguenze di invasione di profughi e di ritorsioni terroristiche». La Lega ha avanzato con Calderoli due richieste: tutte le nazioni della Coalizione siano disposte a «prendere una quota dei profughi in proporzione alla propria popolazione residente»; «…il blocco navale sia utilizzato per impedire esodi di massa verso il nostro Paese, in particolare verso Lampedusa e la Sicilia».
La Chiesa si è schierata di fatto a sostegno dell’intervento. Il Vaticano e la Cei, ha detto il cardinale Bagnasco, sono per un intervento «prudente e corretto» quanto rapido. L`Avvenire e la Radio Vaticana si sono dichiarati a favore dell`azione. Un po’ di fermento tuttavia c’è nel mondo cattolico su questo intervento. Enrico Gasbarra, parlamentare Pd, ha chiesto libertà di coscienza sul voto.
Nichi Vendola (sempre attento anche allo scenario interno e al posizionamento tattico nel centrosinistra), dopo le prime aperture, ha scelto una posizione simile a quella della Lega. «La risoluzione dell`Onu contiene vari ingredienti e poteva essere letta in molti modi. Si è scelta la strada più rischiosa riproducendo il ciclo paradossale di impedire il massacro di civili attraverso massacri di civili».
Responsabile e non ondivaga la posizione del Partito Democratico. Il Pd confermerà in Parlamento il sostegno alla risoluzione Onu sulla crisi libica ma chiederà al governo sia di superare le ambiguità incarnate in questi giorni dalla Lega che di mettere da parte dichiarazioni bellicose, come quelle del ministro della Difesa Ignazio La Russa. Stamattina ci sarà un Consiglio dei ministri straordinario. E’ probabile che già mercoledì mattina si voti in aula alla Camera una risoluzione che dovrebbe ricalcare il documento approvato la scorsa settimana dalle commissioni Esteri e Difesa con i voti di Pdl, Pd e Terzo polo. Il segretario del partito, Pier Luigi Bersani, ha confermato ieri che il Pd «è pronto a sostenere un ruolo attivo dell`Italia in Libia», dove è in corso un intervento «necessario e legale»: «Necessario – ha spiegato in un`intervista a Rainews24 - per impedire un massacro dei civili; legale perché avviene in seguito alle deliberazioni dell`Onu e dell`accordo tra Unione europea e Lega araba». Di fronte alle dichiarazioni guerriere di La Russa e neutraliste della Lega, Bersani ha detto che sarebbe meglio che i diversi ministri «stessero zitti e il governo parlasse con voce univoca in Parlamento per definire meglio il nostro profilo in questa vicenda». In una situazione così delicata «ci vuole grande fermezza, grande concerto e grande condivisione, prima di tutto nella maggioranza, e auspicabilmente anche del dialogo con l`opposizione».
Per l’Udc, Rocco Buttiglione è stato chiaro: «L`esecutivo si dimetta se non voteranno Lega e Responsabili».
I beni libici (partecipazioni societarie e altro) congelati in Italia hanno un valore di circa 7 miliardi di euro (notizia riportata oggi da diversi quotidiani).
Le ragioni che hanno spinto Barack Obama a intervenire in Libia. Lucia Annunziata su La Stampa sostiene che questa scelta è volta ad aprire le porte dell’Africa agli Usa.
2. NUCLEARE. RISCHI&PROFITTI, L’ESEMPIO DEL GIAPPONE. IL CAMBIO DI PASSO, L’ESEMPIO DELLA GERMANIA.
A parte terremoto e tsunami in questi giorni sono emerse gravi responsabilità e inadempienze della società che gestisce gli impianti nucleari di Fukushima in Giappone. Dieci giorni prima del terremoto la Tepco aveva ammesso di non avere fatto le ispezioni dovute in 33 parti della centrale e che il pannello di controllo sulla temperatura all`interno dei reattori non era stato "revisionato" negli ultimi undici anni. Ieri il presidente della Tepco ha fatto pubblica ammenda. E’ l’ennesima dimostrazione che il profitto e il conto economico non garantiscono di per sé efficienza, professionalità e sicurezza, come vorrebbero far credere i cantori del liberismo.
La Germania conservatrice di Angela Merkel è decisa ad accelerare l`addio al nucleare. Lo ha detto alla Frankfurter Allgemeine Zeitung il ministro dell`Ambiente, Norbert Roettgen, sottolineando che i «rischi residui dell`atomo» sono troppi. Secondo anticipazioni del quotidiano filogovernativo Die Welt, in maggio, seppur per revisioni, verifiche e controlli provvisori, si creerà una situazione per la quale dei 17 reattori nucleari tedeschi solo 4 saranno in servizio. Il che vorrà dire che temporaneamente, come in una simulazione di emergenza decisa per abituarsi al futuro, la più grossa e competitiva economia della Unione europea e quarta economia mondiale fermerà il 75 per cento della capacità nucleare. «Possiamo dire addio all`atomo più velocemente di quanto previsto finora, la situazione dopo il dramma giapponese è una cesura, una svolta senza ritorno», ha detto Roettgen. La grande prova d`addio all`atomo, nel paese locomotiva dell`economia Ue, arriverà tra due mesi.
3. ECONOMIA. IL PD PRESENTA OGGI A IMPRENDITORI, BANCHIERI E SINDACATI IL PROPRIO PIANO NAZIONALE DELLE RIFORME PER L’EUROPA E PER L’ITALIA (QUELLO DEL GOVERNO DOV’E’?).
Oggi pomeriggio una delegazione del Partito democratico, guidata dal segretario Pier Luigi Bersani, incontrerà le delegazioni degli imprenditori (Confindustria, Rete imprese e cioè Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Cna, Casartigiani), dei banchieri (Abi), dei sindacati (Cgil, Cisl, Uil, Ugl). Sono di fatto gli stati generali dell’economia convocati dal Partito democratico (dato che il governo non lo fa).
A imprenditori e sindacati il Pd presenterà il Piano nazionale delle riforme messo a punto con le proposte approvate nelle tre assemblee nazionali del Pd, con le riflessioni di un gruppo di giovani economisti e con l’apporto di diversi centri di studio e ricerca. Nelle 80 pagine del documento (alla faccia di chi continua a chiedere: dove sono le proposte del Pd?) vi sono le proposte per una politica economica europea concordata anche con gli altri partiti progressisti dell’Ue e le proposte per una politica economica e industriale nazionale capace di mettere l’Italia sulla strada della riscossa. E’ un progetto alternativo a quello della destra sia sul piano europeo, sia sul piano nazionale.
4. GIUSTIZIA. LA DESTRA SFRUTTA IL CLAMORE DELLE ARMI PER COPRIRE IL LAVORIO VOLTO A SALVARE BERLUSCONI DAI PROCESSI.
Settimana decisiva per la giustizia. Coperta dal clamore delle armi in Libia, la destra cercherà questa settimana di forzare sulla prescrizione breve all’interno del provvedimento sul processo breve (che servirà a salvare Berlusconi dai processi Mills, di cui oggi si svolge udienza senza premier a Milano, e Mediaset) e di forzare anche sul tema del conflitto di attribuzione per evitare che Berlusconi debba andare di fronte al Tribunale dei ministri e non ai magistrati di Milano a rispondere per i reati di concussione e prostituzione minorile. La Repubblica: “Il blitz dei berlusconiani, seguirà la spinta imposta nella giunta per le autorizzazioni, dove tra domani e mercoledì la maggioranza già si aspetta di chiudere il dibattito, dopo la frettolosa audizione di un gruppo di costituzionalisti. Seguirà a ruota la giunta per il regolamento, presieduta da Gianfranco Fini, in cui sarà affrontato lo scoglio dell`invio in aula di una richiesta di conflitto sulla quale potrebbe anche non esserci parere unanime nell`ufficio di presidenza”. ..”alla maggioranza preme bruciare i tempi. Per il conflitto come per la prescrizione breve. Per un caso le due questioni marciano assieme. Perché giunta e commissione Giustizia, dove da domani parte il voto sugli emendamenti con la nuova norma "salva Silvio", si svolgeranno l`una a ridosso dell`altra. Pure con qualche difficoltà, visto che più d`un componente della giunta fa parte anche della commissione. Ma anche il processo breve va chiuso, perché va in aula il 28 per la discussione generale e subito dopo per il voto. Così Berlusconi potrà chiudere il caso Mills”.
5. EFFETTO TREMONTI. DOPO I TAGLI CIECHI DEL GOVERNO, COMUNI, PROVINCE E REGIONI NON PAGANO LE IMPRESE. 7 MILIARDI IN MENO.
I tagli ciechi dei trasferimenti a comuni, province e regioni hanno prodotto gli effetti che il centrosinistra denuncia da tempo. Tra questi effetti c’è il ritardato (quando non mancato) pagamento dei servizi e dei beni acquistati dalle imprese. Il Sole 24 Ore: “Tre miliardi in meno dai comuni, 500 milioni dalle province e 3,3 miliardi dalle regioni. È il consuntivo dei pagamenti ricevuti nel 2010 dalle imprese, soprattutto piccole e medie, che lavorano con le pubbliche amministrazioni territoriali, messo a confronto con i livelli dell`anno prima. Una bordata sui sistemi economici locali, che senza una (improbabile) inversione di rotta rischia di ripresentarsi quest`anno in forma ancora più secca. A certificare le fatture che sono mancate all`appello è il monitoraggio dei pagamenti pubblici del ministero dell`Economia”.
6. EFFETTO SACCONI. LAVORO A TERMINE PER TRE ASSUNTI SU QUATTRO.
Il Sole 24 Ore: “I tre quarti dei rapporti di lavoro accesi negli ultimi due anni è fatto da contratti temporanei nelle diverse forme... Le formule sono tra le più diverse: nel lavoro dipendente ci sono il lavoro a termine, la somministrazione (ex interinale), l`apprendistato; nel lavoro autonomo i contratti di collaborazione (cococo, contratti a progetto). E` ciò che emerge dalle comunicazioni obbligatorie tra il 2009 e il 2010: oltre 15 milioni di rapporti di lavoro tra primo impiego e cambio di lavoro”.
7. ASSESTAMENTO E TENSIONI AI PIANI ALTI DELLA FINANZA ITALIANA.
Oggi si riunisce il Consiglio di amministrazione di Rcs, casa editrice, tra l’altro, del Corriere della Sera. In quella sede potrebbero riaprirsi le ostilità tra il patron della Tod’s Diego della Valle e il presidente delle Generali, Cesare Geronzi.
Tra oggi e domani, Unicredit potrebbe decidere definitivamente di intervenire a sostegno del gruppo finanziario e assicurativo (il secondo in Italia con Milano e Fondiaria) della famiglia Ligresti. Alla fine di questo intervento l’Unicredit avrebbe il 7 per cento del gruppo assicurativo. E questo rappresenta un altro tassello del riassetto di potere ai piani alti della finanza italiana: attraverso Ligresti (che ha il quattro e rotti per cento di Mediobanca), l’Unicredit diventerebbe ancora più forte nell’azionariato di Mediobanca, che a sua volta è azionista di riferimento delle Generali.
lunedì 14 marzo 2011
Donne, legalità e sviluppo- breve riflessione sull’assemblea del 9 marzo di Paola Pau
L’assemblea del 9 marzo, all’Aris Garden organizzata dai circoli PD di AXA- Palocco e Ostia Antica con la presenza della senatrice Anna Finocchiaro, ha un titolo chiaro e diretto “Donne, legalità e sviluppo. Il PD un progetto per l’Italia”. Ci pare, dunque, importante partire dal legame tra questi termini per raccontare con molta sintesi un appuntamento particolarmente significativo e
partecipato.
Al centro, la donna, come primo termine del discorso. Di fatto l’eco della grande manifestazione del 13 febbraio, che ha visto scendere in piazza centinaia di migliaia di persone (donne e uomini
amici delle donne)è spunto e occasione per dibattere di molto altro. Di politica vera, cultura, etica, società civile. Il senso di quella piazza non si riassume facilmente. Ci proviamo mettendo insieme alcuni concetti:
Innanzi tutto la partecipazione trasversale, testimonianza di persone appartenenti ad esperienze, culture, pensieri politici diversi. La piazza diventa luogo fisico ed ideale nel quale difendere una dignità frantumata e offesa. Per troppo tempo il silenzio ha ammutolito la voglia di reagire ad una condizione che si misura ancora con la subalternità nel lavoro, la politica, il riconoscimento sociale. Con la pesantezza del doppio ruolo, privato e pubblico. La piazza diventa, quindi, le parole per dirlo, il modo di rappresentarlo, la storia per raccontarlo. Inoltre ( e non per ultimo) quella straordinaria manifestazione ha spiegato quanto sia necessario ascoltare la società civile, prestare attenzione a quello che ha da raccontare e quanto, di conseguenza, sia negativo metterne a tacere volontà ed esigenze.
Le due ossessioni del Presidente del Consiglio – le donne e la giustizia – rischiano di tracciare le scelte della politica e condizionarne i propositi. Senza dubbio non è facile liberare il pensiero dall’obbligo di questi percorsi. Tuttavia, ci pare debba fortemente (ri)trovare vigore l’idea che la costruzione di un partito sia soprattutto l’elaborazione dei suoi valori e principi fondanti. Tutto ciò vale per i temi della giustizia, del lavoro, dei diritti civili, così come per l’attenzione al mondo giovanile e femminile. Vale per una politica dell’integrazione e dell’accoglienza che metta in primo piano la ricchezza e la positività del dialogo interculturale piuttosto che una falsa e pericolosa idea della emergenza sociale, nella precarietà e nell’insicurezza.
Il Partito Democratico non cerca un leader intorno al quale costruire tutto questo. Certamente non può essere negata l’importanza delle figure carismatiche ma vale bene ricordare che senza una volontà diffusa e partecipata la storia si ferma. Quello che sta accadendo nei paesi del Mediterraneo ne è la più drammatica e coraggiosa testimonianza.
Paola Pau
Circolo PD Casalpalocco Axa
giovedì 3 marzo 2011
Donne, Legalità, sviluppo – Il PD un progetto per l’Italia incontro con il Sen. Anna Finocchiaro
Il Circolo PD di Casalpalocco-Axa e di Ostia Antica
sono lieti di invitarVi all’incontro
con il capogruppo PD al Senato Anna Finocchiaro
dal titolo:
Donne, Legalità, sviluppo – Il PD un progetto per l’Italia
Mercoledì 9 Marzo 2011 alle ore 18,30
Presso l’Hotel Aris Garden via Aristofane 101 Axa Roma
L’incontro con la Senatrice Anna Finocchiaro vuole proseguire e approfondire i discorsi iniziati a Gennaio in occasione dell’incontro con l’Eurodeputato Debora Serracchiani e proseguiti lo scorso mese in occasione del seminario Lavoro, economia, welfare con l’onorevole Tiziano Treu. Tema centrale “il Partito Democratico ed il suo progetto per l’Italia” alla luce dei numerosi avvenimenti e sviluppi delle ultime settimane.
La movimentata situazione nazionale ed internazionale, in continua rapida evoluzione, ci impone di tenere viva l’attenzione sui temi centrali della crisi economica che sempre più si sta rivelando connessa alla crisi della democrazia e della legalità.
L’incontro del 9 marzo prossimo Donne, legalità e sviluppo affronterà gli aspetti sociali, politici ed economici degli ultimi eventi, ponendo una particolare attenzione all’importanza del ruolo femminile. Quest’ultimo ha da sempre un forte carattere stabilizzatore, fulcro di ricostruzione di valori ed allo stesso tempo apportatore di contenuti nuovi ed originali. Costituisce quindi una forza essenziale che deve necessariamente entrare in gioco se si vuole iniziare un cammino di vero cambiamento.
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